mercoledì 31 agosto 2016

Il caso Apple evidenzia un grave problema: fisco disomogeneo nella UE

La vicenda relativa alla stangata inflitta alla Apple da parte della UE, diventa lo spunto per il Sole 24 Ore, per esaminare la situazione relativa alla tassazione delle imprese in Europa. Emerge così un dato sconfortante: il tax-rate italiano è quello più alto di tutti. Il prelievo fiscale sulle società ammonta infatti al 64,8%, poco più di quello di Francia (36,6%) e Belgio (58,4%). Sono invece ben 16 i punti percentuali in più rispetto alla Germania e 14 sulla Spagna. Clamoroso: il doppio rispetto al Regno Unito. tutti paesi che sono big dell'economia pur non tartassando le proprie imprese.


Prelievo fiscale disomogeneo in Europa

La vicenda Apple riporta così alla ribalta il problema della eccessiva disomogeneità in Europa del prelievo tributario sulle aziende.
Apple, così come Fiat e Starbucks, dovranno rimborsare molti soldi (anche se la stangata al colosso di Cupertino è inavvicinabile) per i vantaggi fiscali ottenuti rispettivamente da Irlanda, Lussemburgo e Olanda. Il corporate tax rate applicato alle società nell’Unione europea non ha nulla di omogeneo.
Questo spinge le multinazionali di insediarsi fisicamente nei paesi che assicurano migliori condizioni fiscali, ma consente loro anche di implementare modelli organizzativi, produttivi e di transfer price per spostare all’interno del gruppo ricavi e costi in modo da limitare al massimo le imposte da versare.

Il vantaggio fiscale

Perché dovrei pagare il 64,8% in Italia, quando posso pagare il 12,5% in Irlanda o il 10% in Bulgaria? Domande che la UE dovrebbe porsi. Perché non intervenire significa porre le condizioni per provocare effetti negativi sulla concorrenza all’interno dei confini comunitari. Però - sottolinea il Sole 24 Ore - la colpa è anche degli stati membri. considerano infatti la sovranità fiscale come un qualcosa di intangibile. E se non si cede qualcosa sotto questo aspetto, allora sarà impossibile riequilibrare il sistema.

Irlanda furbetta

Il caso Apple ha però evidenziato un ulteriore problema. Alcuni Paesi hanno scelto di esercitare la discrezionalità consentita dalle blande norme UE, concedendo alle multinazionali condizioni fiscali ancora più favorevoli rispetto a quelle praticate generalmente attraverso i cosiddetti ruling internazionali. Accordi fatti su misura per incentivare lo sbarco nel proprio paese, con notevoli effetti anche sull'economia. Apple ha finito per pagare tasse all’1% dei profitti, giunte poi addirittura allo 0,005 per cento. La UE sembra voler passare al contrattacco per combattere le strategie di arbitraggio tributario di cui le multinazionali hanno abusato in questi anni. Ma ce la farà?

martedì 30 agosto 2016

L'Italia non riesce a rialzarsi. PIL piatto fino a tutto il 2016

Per l'Italia tutto il 2016 potrebbe essere all'insegna della crescita zero. Come si legge sulle pagine di Repubblica, questo scenario è tutt'altro che improbabile. Anzi. Il dato del PIL del secondo trimestre potrebbe non essere isolato, dal momento che ci sono molti segnali in questo senso.
La domanda internazionale ha frenato, ribasso delle materie prime, gli investimenti che sono fermi e in più diverse problematiche esterne da affrontare, come la piaga terrorismo o il sisma.
L'effetto combinato di tutti questi fattori potrebbe essere un periodo ancora lungo di stagnazione dell'economia. Non solo, c'è anche la possibilità che questa situazione si estenda anche all'inizio del 2017.

Pil piatto anche nel prossimo futuro

Secondo Repubblica, l'indizio chiaro in questo senso arriva dai dati macro diffusi ieri. La fiducia delle imprese e delle famiglie in agosto è in declino. Non solo, all'interno del quadro lavorativo sono sempre più quelli che - senza occupazione - si sentono scoraggiati. Il 37% dei disoccupati ha infatti abbandonato l'idea di trovare un lavoro, finendo così nel "gruppone" degli inattivi. Che in Italia sono in media il doppio che nel resto d'Europa.

La REF, centro di ricerca, oggi annuncerà che ritiene molto probabile una crescita zero sia nel terzo che nel quarto trimestre del 2016. Il dato del PIL sull'anno si fermerebbe quindi a +0,6%. Bassissimo. E va aggiunto che il Governo si aspetta un +1,7% nel prossimo anno, che con queste premesse diventa difficile da centrare. Ecco perché il prossimo DeF potrebbe portare con sé una revisione importante, con la conseguenza di avere un debito oltre il 133%.

lunedì 29 agosto 2016

Consumi, le famiglie tornano a comprare prodotti di maggiore qualità

Sul Sole 24 Ore di oggi c'è un'interessante analisi relativa alle abitudini di consumo delle famiglie italiane. La crisi aveva spinto al rialzo i consumi di prodotti a basso costo e in linea di massima di minore qualità. una tendenza che però nell'ultimo anno si è ridotta notevolmente, tanto che oggi i consumi di qualità sono in ripresa.

Il nuovo modo di spendere in consumi

A spingere verso questo nuovo comportamento è anzitutto la deflazione, ovvero la riduzione del prezzo. Con un budget sostanzialmente invariato, l'inflazione negativa si è tradotta in un punto percentuale di reddito in più. E quindi in una capacità di spesa extra rispetto al passato.

Secondo l’ultimo "Outlook largo consumo" realizzato da IRI, le famiglia quindi tornano a spendere qualcosa in più a tavola, dopo anni di ristrettezze. Nel 2014 si comperavano molti più prodotti low cost, mentre oggi la famiglia spende in cibo a chilometro zero, Igp e Dop, bio e salutistici. L’effetto upgrade del carrello della spesa per la filiera vale quasi 500 milioni, visto che il bonus per le famiglie si orienta verso scelte di prodotti a prezzo superiore.

Va anche precisato, però, che la famiglia tipo continua a fare la spesa più o meno come sempre. Ovvero si limita all'acquisto dello stretto necessario, seguendo sempre meno le sirene delle promozioni che hanno perso un po' di efficacia. Il carrello si riempie soprattutto nel reparto alimentare, con l’ortofrutta e il fresco, i soli comparti che vedono un aumento dei volumi a prezzi costanti e del valore.

domenica 28 agosto 2016

Mediaset e Vivendi se le danno alla grande, ma alla fine ci sarà un accordo

Sembra quasi un racconto da soap opera, con le due mega-aziende che si sfidano anche con colpi bassi. Mediaset e Vivendi stanno dando un tocco di pepe all'estate economica, ma alla fine siamo convinti che arriveranno ad un accordo che salverà capra e cavoli.

Investimento disastroso di Mediaset

Mediaset vuole liberarsi di Premium, che dal 2007 s'è dimostrata una zavorra più che un investimento. Non ha mai prodotto utili, e la scelta di giocarsi la partita dei diritti tv sul calcio contro Sky è stata fallimentare. Nel 2014 li ha pagati 690 milioni per il triennio 2015-2018, quasi 5 volte quello che li pagò per il triennio precedente il gruppo di Rupert Murdoch.

Certo ci si è messa pure la jella, visto che le ammiraglie italiane in Champions hanno cominciato ad affondare anche in fretta una dopo l'altra. (Scusate il dubbio, ma fosse Mediaset che porta jella?) Ad ogni modo, nel primo semestre di quest’anno si registra già una perdita di 101 milioni, ben superiore agli 83,88 milioni di perdite dell’intero 2015. Questo malgrado la crescita degli abbonati sopra quota 2 milioni.

Vivendi fa la furbetta

A parte le cifre, c'è da dire che esiste un accordo firmato per la cessione a Vivendi. Piaccia o meno, i francesi hanno messo nero su bianco. Poi però si sono tirati indietro, sostenendo che le cifre di Mediaset Premium “fornite prima della firma” dell’accordo sulla cessione della pay-tv “non erano realistiche". Peggio: secondo loro sono state aumentate artificialmente. Da qui la reazione sdegnata del gruppo del Biscione. La capogruppo Fininvest ha già chiesto 570 milioni di danni, Mediaset stessa 50 milioni al mese. Tuttavia un accordo, magari su basi diverse da quelle inizialmente previste, è probabile che ci sarà.

Alla fin fine conviene a entrambi i gruppi. Anche a Vivendi. il colosso francese vuole creare un gruppo di produzione e distribuzione di contenuti con un forte radicamento nell’Europa del Sud. Magari arrivare alla fusione Mediaset-Telecom Italia, in vista di un’ulteriore integrazione di quest’ultima con Orange (France Telecom). in questo modo potrebbe creare sì un colosso a guida francese in grado di tener testa a Sky. Perché finora Mediaset da sola ha fatto solo flop. Unico scoglio: la politica italiana. Al momento non sembra molto propensa a favorire un ingresso francese così importante nel suo mercato, attraverso il controllo dell’ex monopolista.

sabato 27 agosto 2016

Italia e Cina legate da un patto... d'acciaio

Si potrebbe giocare sulla faccenda dicendo che Cina e Italia sono legate da un patto d'acciaio. Il realtà non è un gioco ma la verità nuda e cruda. L'Italia è il primo importatore di acciaio cinese, a conferma di una diffusa debolezza del settore siderurgico. Beninteso, non riguarda solo il nostro paese ma l'intera UE, dove le importazioni sono aumentate del 10% in questi primi 8 mesi del 2016.

La concorrenza spesso sleale sull'acciaio

Il grosso problema che stanno affrontando le economie più mature, è quello del dumping. In sostanza: l'arrivo di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno. L'UE sotto questo punto di vista è finita sotto attacco da parte di aziende Serbe, Russe, Ucraine, Brasiliane e Iraniane. La Commissione Europea ha risposto attraverso un fortino che in pochi mesi è stato messo su a difesa della produzione. Soltano negli ultimi 24 mesi sono state aperte almeno una decina di procedure anti-dumping, che sono in attesa di decisione definitiva.

E l'Italia come si colloca? Male. Secondo i dati riportati dal Sole24Ore, siamo il quarto paese importatore di prodotti piani dalla Cina. Il primo nella UE. Secondo Federacciai, intanto, le importazioni sono salite del 10,6%, di cui un terzo dalla Cina. Il guaio è che secondo Eurofer (l'organismo che raggruppa le organizzazioni siderurgiche Europee) il fenomeno continua ad essere in ascesa. Nel primo quadrimestre del 2016 le importazioni di acciaio sono infatti salite del 24%. A livello di numeri, fa scalpore il dato di Taiwan, le cui esportazioni di acciaio sono salite del 171%! Fa rabbia pensare che in Italia abbiamo l'Ilva che è stata costretta a ridurre la produzione. 


venerdì 26 agosto 2016

WhatsApp apre ai messaggi ai clienti via chat. E condividerà i vostri dati con Facebook

Cambiano le regole sulla privacy di WhatsApp, la controllata di Facebook. Da ora in avanti l'applicazione che vanta oltre un miliardo di utenti nel mondo, permetterà alle aziende di contattare direttamente i suoi utenti, più o meno come accadde tempo fa con un altro servizio servizio di messaggistica: Messenger. Anch'essa, guarda caso, fa parte della galassia di Facebook.

La strategia di Zuckerberg

WhatsApp è stata acquisita da Facebook nel 2014 per 19 miliardi e, per i primi due anni, Zuckerberg si è focalizzato sulla crescita dell’utenza, lasciando da parte i profitti. Con il raggiungimento di un miliardo di persone che utilizzano la piattaforma di messaggistica, parte la seconda fase: l’invito alle imprese al business sulla chat.

Proprio con il noto social network, da ora in poi WhatsApp condividerà i dati dei suoi utenti. Questo allo scopo di migliorare i suoi servizi, offrendo pubblicità ricamate come un vestito su misura. E quindi più efficaci e più fruttifere per il colosso di Menlo Park (California). «Ad esempio, potrai vedere l’annuncio di una società con cui già lavori, piuttosto che l’inserzione di una società di cui non hai mai sentito parlare» si spiega.
Se proprio bisogna fare i conti con la pubblicità, che perlomeno sia su qualcosa che ci interessa. L’obiettivo è mettere in comunicazione persone e imprese.

Tuttavia, si vuole evitare che i banner pubblicitari sfocino in uno spam vero e proprio. Occhio, però, perché Facebook ha dato modo ai suoi utenti di sfuggire a questa possibilità. Infatti il procedimento di condivisione del numero sarà automatico, ma chi vuole ha 30 giorni di tempo per scegliere di non condividerlo con Facebook. Non solo, per evitare che monti la polemica sulla possibile invasione della privacy, WhatsApp ha ribadito che nessuno, nemmeno il social network guidato da Mark Zuckerberg, sarà in grado di leggere i messaggi scambiati dai suoi utenti. Inoltre il loro numero di telefono rimarrà privato. Sarà così?

giovedì 25 agosto 2016

Inps: -33% di assunzioni stabili rispetto allo stesso periodo del 2015

Il mercato del lavoro è ripartito con forza, ma in realtà è un bluff. Sebbene il numero di assunzioni sia salito, infatti, si tratta per lo più di contratti a tempo determinato. Se invece il panorama si sposta sulle assunzioni stabili, ovvero sui contratti a tempo indeterminato, allora la cosa cambia notevolmente. Secondo i dati dell'Osservatorio sul Precariato dell'Inps, infatti, le assunzioni del settore privato nel primo semestre si sono ridotte di 302 mila unita' (ovvero del 10,5%) rispetto all'analogo periodo del 2015. Questo ha portato il totale a due milioni e 572 mila.

Inps: pesano le minori agevolazioni

Il rallentamento è da ricondurre - sempre secondo Inps - al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015. Ci furono soprattutto grazie all'abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni.

Se guardiamo poi al numero di contratti che sono stati convertiti da tempo determinato a tempo indeterminato, anche lì si può notare un deciso calo, di circa il 37%. I numeri parlano chiaro: nei primi sei mesi del 2016 ci sono state circa 1.808.000 assunzioni, che sono più o meno in linea quanto visto nel 2015 e meglio del risultato maturato nel 2014 (+ 2,7%). Le assunzioni con contratto di apprendistato sono state 113 mila e hanno fatto registrare un incremento sul 2015 (+ 14,4%). In relazione all'analogo periodo del 2015, le cessazioni nel complesso risultano diminuite dell'8,5% - spiega ancora l'Inps - questo effetto si rileva in misura maggiore in relazione ai contratti a tempo indeterminato.

L'Inps segnala inoltre che tra gennaio e giugno 2016 le cessazioni di contratti a tempo indeterminato sono state 770.890, e che la variazione rispetto al 2015 è positiva di circa 74.502 unità. Tuttavia molto inferiore se confrontata alle 468.186 del primo semestre 2015. Il calo è infatti dell'84%. Infine viene evidenziato un altro aspetto: il ricorso ai voucher, che servono per pagare prestazioni occasionali, è aumentato del 40,1% rispetto al +74,7% di un anno prima.

Bitcoin, adesso le grandi banche vogliono copiarlo

Le grandi banche strizzano l'occhio al bitcoin, ovvero la moneta virtuale più famosa la mondo, quella che non è governata da nessuna banca centrale, ma solo da un algoritmo e da quello che fanno i singoli utenti.
In realtà non è proprio al bitcoin che stanno cominciando a guardare i colossi della finanza come Ubs, Deutsche Bank, Santander e Bny Mellon bensì alla tecnologia che ne è alla base, ovvero il blockchain.

I quattro istituti su detti, entro l'inizio del 2018 intendono lanciare una nuova infrastruttura di scambio, regolata con una moneta virtuale, che servirà a regolare le rispettive pendenze finanziarie. Se questi colossi pensano al blockchain, intanto altri istituti come CityGroup, Jp Morgan e Goldman Sachs lavorano ad una loro moneta.

Non solo. Nel 2017 dovrebbe prendere il via R3, un consorzio di cui faranno parte circa 40 società (tra cui Intesa Sanpaolo e Unicredit) che si configura come polodi innovazione tecnologica nel settore finanziario. R3 opera a New York, Londra e San Francisco per sviluppare tecnologie basate su blockchain. R3 inoltre userà i servizi di Microsoft Azure per consentire alle banche e partner del consorzio R3 di sfruttare gli strumenti, servizi e infrastruttura cloud-based.

Perché le banche guardano con sempre maggiore interesse a questa prospettiva? Il motivo è soltanto uno: risparmiare denaro. Gli attuali sistemi di compensazione costano infatti qualcosa come 80 miliardi di euro l'anno. Per fare un esempio: un trasferimento fatto in un paese orientale oggi richiede giorni e la presenza di un partner locale. con il clockchain sarebbe immediato e sicuro.

A prescindere da tutto, il grande obiettivo delle banche è quello che i loro protocolli diventino uno standard, magari con l'approvazione delle stesse banche centrali.

mercoledì 24 agosto 2016

L'analisi del Sole 24 Ore: ritorni a basso rischio con i conti deposito

Un tempo chi aveva bisogno di tenere da parte una somma in attesa di investirla, utilizzava un conto di deposito. Adesso però, quel tipo di conto non ha quasi più senso chiamarlo così, dal momento che nell'epoca dei tassi zero, possono offrire un'opportunità discreta di profitto a rischio minimo.

Il vantaggio del conto di deposito

Sono di sicuro più vantaggio dei semplici conti corrente, che ormai offrono rendimenti nulli o anche sotto zero. La cosa peraltro è destinata a diventare più evidente se succederà anche in Italia - come accade già all'estero - che si arrivi a un tasso di interesse negativo sui conti corrente
Come riferisce il Sole 24 Ore, adesso come adesso quel tasso di interesse è allo 0,46%, ma se uno pensa ai costi di gestione che comporta un conto, allora tenere così i soldi è un affare a perdere.

Molto meglio allora provare i conti di deposito, che grazie ad alcune proposte promozionali possono superare abbondantemente anche l'1% lordo. In più periodicamente si possono trovare delle offerte in giro. Questo perché le banche sono continuamente alla ricerca di nuove forme di approviggionamento di liquidità, e quindi disponibili a offrire delle condizioni interessanti. 

Bisogna fare però attenzione a tutte le clausole previste. In special modo spesso il tasso di ingresso è competitivo, ma poi i ritorni si ridimensionano quando si passa ai tassi a regime. Bisogna altresì guardare per quanto tempo rimane a regime il primo, e il rapporto tra la durata del primo e quello del secondo.
Insomma ci sono un po' di conti da fare, ma "Il Sole 24 Ore" li ha fatti per noi proponendo un'infografica molto accurata.


Dal confronto sembra che effettivamente questa forma di impiego del proprio capitale sia competitivo - a parità di rischio - con gli investimenti più tradizionali come i Bot.
C'è però anche un punto a sfavore che va sottolineato: i conti deposito prevedono un impegno a non ritirare il denaro, e questo può costituire un problema in caso di necessità da parte del cliente.

martedì 23 agosto 2016

Rialzo dei tassi USA: la FED dice sì oppure no?

Il mercato finanziario non si fida e quindi non si sbilancia. Sono sempre di più gli analisti che ritengono che il discorso in programma venerdì da parte della presidente FED, sarà sostanzialmente interlocutorio. Il discorso di Yellen potrebbe offrire indicazioni sulle prossime mosse della Fed, ma è più probabile che non sarà così. Le parole pronunciate da William Dudley, vicepresidente del Fomc, riguardo a un possibile rialzo dei tassi già a settembre, cominciano quindi a sembrare un azzardo bello e buono.

In questo quadro molto complicato, nessuno ha il coraggio di fare la prima mossa. Le Banche Centrali attendono e guardano i mercati. A loro volta i mercati guardano le banche centrali in cerca di ispirazioni. Ma quello che si nota è solo una sempre maggiore divergenza di opinioni. E i mercati vivono di incertezza, così come i trader. A proposito, fate molta prudenza nell'impiegare i vostri risparmi, specie se vi piace investire in opzioni binarie a 60 secondi, che sono le più rischiose. Magari staccate la spina per un po' che è meglio...

Il dollaro intanto cala, così come sono in calo i rendimenti dei titoli di Stato USA. Quelli a due anni, che sono molto sensibili alle faccende di politica monetaria, stamattina sono giunti allo 0,74%. Fatta eccezione per la corona norvegese, tutte le valute hanno dato una spallata al biglietto verde. Anche lo yen ha esteso i guadagni contro il dollaro, il cross USD/JPY ha ceduto infatti lo 0,30%. Potrebbe rimbalzare, ma solo perché la BoJ non permetterà allo yen di rafforzarsi ulteriormente, provvedendo a un nuovo allentamento monetario.

L'euro torna a salire nel rapporto con il biglietto verde, sfruttando la scia del sell-off di dollari che sta interessando tutte le principali valute. Questo malgrado i dati ancora interlocutori sui PMI. Ad ogni modo è probabile che l'euro viva una fase di consolidamento dell’area superiore a 1.13. Anche la sterlina torna a crescere nei confronti del biglietto verde, e si riporta verso quota 1.32 nel rapporto con il dollaro, sfruttando la generalizzata debolezza della moneta statunitense. Ma che fine ha fatto il disastro che doveva avvenire dopo il voto UK? Per adesso non è avvenuto. Anzi i dati macro più recenti sono stati migliori delle aspettative.

lunedì 22 agosto 2016

L'opportunità Shenzhen in un mercato pieno di incertezze

In questo momento il mercato è come un buco nero. Se ti ci infili dentro potresti non sapere dove andrai a finire. magari vieni risucchiato e perdi tutto. Ma potresti anche trovare un orizzonte inaspettatamente redditizio. Di sicuro le caratteristiche di questo momento non invogliano a muoversi granché. E' un mercato volatile e pieno di incertezze. Solo per dire "buongiorno" correresti un rischio grosso. Però senza rischi non si fanno profitti. E allora ci si tuffa.

Opportunità e rischi

Uno dei consigli ricorrenti da parte degli analisti è quello di tenere d'occhio il mercato asiatico. Specie il mercato azionario di Shenzhen, aperto agli investitori stranieri. La data effettiva del lancio, ancora non confermata, potrebbe verificarsi già nel corso di questo anno.
Il collegamento che consentirà di investire nelle azioni quotate a Shenzhen avrebbe dovuto essere inaugurato già lo scorso anno.
Tuttavia il calendario è stato spostato a causa delle turbolenze sui mercati finanziari del Dragone la scorsa estate. ciò aveva fatto temere un possibile deflusso di capitali, se fosse stata aperta Shenzhen.
Si tratta del secondo mercato azionario globale per capitalizzazione, e anche se finora l'accoglienza è stata freddina, le possibilità di un'impennata ci sono tutte.

Si possono trovare titoli di società con buone prospettive di crescita e valutazioni ragionevoli. Quello di Shenzhen è un mercato dedicato alle pmi, alle imprese innovative e alle start-up. Infatti parliamo di uno dei centri dell’industria ad alta tecnologia del Paese. I titoli sul listino locale potrebbero quindi attirare maggiormente l’interesse degli investitori.

Con lo yuan cinese che si trova immerso in un tunnel di svalutazione notevole rispetto al dollaro statunitense, è chiaro che l’interesse degli investitori continentali verso l’acquisto dei titoli quotati ad Hong Kong sia cresciuto tantissimo. Se nel 2016 le scelte sul mercato di Hong Kong si sono concentrate sulla ricerca di dividendi, da ora in poi potrebbero virare verso l’universo delle small caps di Hong Kong.

Occhio però perché quello cinese è un mercato dominato dagli investitori individuali. Il che significa che è orientato da notizie e rumors. Quindi è molto volatile, più rischioso ma anche potenzialmente redditizio.

CONSIGLIO: Quando ci si tuffa nel trading, occorre sempre valutare con attenzione quelli che sono gli operatori con cui si investe. Saper scegliere la miglior piattaforma per il Forex, per il mercato azionario o per altri tipi di mercati è un compito difficile. Dedicategli quindi il tempo necessario.

domenica 21 agosto 2016

Turismo boom, ma la forza dello Yen pesa sui commercianti giapponesi

I magazzini dei commercianti giapponesi sono ancora carichi di scorte. E' uno degli effetti della Brexit. Nel mese di luglio la vendita ai non residenti è scesa in modo consistente, perché il peso dello YEN è andato crescendo sempre di più da quel 23 giugno, giorno in cui gli inglesi hanno detto stop all'Europa.

La spesa nei grandi magazzini da parte di visitatori stranieri è scesa di un quinto, nonostante il record di arrivi turistici in Giappone. Ben 2,3 milioni di visitatori stranieri sono arrivati in Giappone (+19% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente), il che fa pensare che si possa centrare la firma record di 24 milioni entro la fine del 2016.
Tuttavia, questo boom di visite è frutto di prenotazioni giunte prima che ci fosse l'aumento del 6 per dello yen nei confronti del dollaro, dopo il referendum sulla Brexit. La forza dello yen potrebbe iniziare a farsi sentire nel corso dei prossimi due mesi, secondo gli analisti. Influisce anche il cambio di abitudini di acquisto dei visitatori stranieri, che se ne tornano a casa più con le valigie piene di cosmetici che non con beni di lusso e high tec, come accadeva in passato.

Cosa deciderà di fare la BoJ riguardo allo Yen?

I commercianti calcolano che i movimenti dello yen, sono tali da giustificare l'intervento del governo. Ma il rischio che l'intervento potrebbe non funzionare spiega la riluttanza di Tokyo a intervenire, dicono gli analisti. L'ipotesi che viene considerata più plausibile è che la Banca del Giappone possa intervenire solo nel caso in cui lo yen dovesse salire a 95-96 contro il dollaro, prima che ci sarà la riunione di politica monetaria della BoJ il 21 settembre.
Il governatore Haruhiko Kuroda ha detto a "Sankei" che tecnicamente c'è spazio per un ulteriore taglio dei tassi. Secondo altri c'è una piccola possibilità immediata di intervento, ma dipenderà da come si evolverà il rapporto dollaro-yen nei prossimi giorni, e soprattutto da quello che deciderà di fare la Federal Reserve.
Intanto, quel che accade sui mercati valutari lascia perplessi gli investitori. Ci sono troppi fattori di incertezza che caratterizzano il mercato. Chi opera nel breve termine potrebbe ottenere grossi rendimenti, ma anche correre grossi rischi. Prendiamo ad esempio chi opera con le opzioni binarie, le cui strategie vincenti potrebbero fruttare moltissimo ma anche essere ribaltate dai fatti. Ecco perché in molti preferiscono un atteggiamento più prudente sul mercato.

sabato 20 agosto 2016

Vacanze, il turismo ci fa felici: in Italia è boom di presenze, specie al mare

Altro che estate difficile. Quella italiana è stata un vero boom. Il comparto turistico del Belpaese ha fatto registrare numeri importanti. La "bella stagione" del 2016 si sta per chiudere con un incremento del 9,5% dei vacanzieri e addirittura del 17,2% del giro d'affari rispetto all'anno scorso.

Vacanze: Italia da record

Numeri da record. Dovuti per lo più alla instabilità geo-politica che c'è un po’ ovunque sul bacino mediterraneo, tranne che in Italia. Il nostro è un paese visto come una destinazione sicura insieme con la Spagna. Secondo i dati di Federalberghi nel periodo estivo gli italiani che hanno trascorso almeno una notte fuori sono il 55%. Inoltre la durata media delle vacanze di quest'anno è di 11 notti contro le otto dell'anno scorso. Nel 74,5% dei casi (quasi 25 milioni) gli italiani restano in Italia, mentre nel 25,5% dei casi (quasi 8,5 milioni) vanno all'estero.

Questo incremento, è bene dirlo, non è merito nostro ma di quello che purtroppo accade altrove. Fino all'anno scorso mete come Tunisia, Egitto e Turchia assorbivano una porzione consistente della domanda internazionale di turismo. Oggi invece tutto è cambiato: le azioni dell'Isis e il tentato golpe in Turchia hanno modificato radicalmente gli schemi vacanzieri e l'Italia ha finito per intercettare i flussi “in fuga” da quelle mete.

Ma chi è che apprezza di più l'Italia come destinazione? Secondo Federturismo c'è stata una frenata verso l'Europa delle presenze americane, a seguito delle esortazioni del presidente Barack Obama. Ma questo non è successo per l'Italia. A luglio sono tornati gli americani, mentre da Est si segnalano boom di giapponesi, con cinesi e coreani in crescita.
La destinazione preferita è quella balneare, il 62% della domanda.
Tra le regioni, sorridono soprattutto Puglia, Sicilia e Campania, dove primeggia la Costiera Amalfitana.

CONSIGLIO: Se decidete di andare voi in vacanza all'estero e specificamente fuori dalla UE, portate con voi direttamente dall'Italia una somma necessaria a coprire le spese essenziali per tutto.
Eventuali extra potrete prelevarli direttamente nel paese di destinazione. Occhio però sempre al cambio che vi viene proposto. Qui trovate un convertitore euro dollaro online.

giovedì 18 agosto 2016

Wall Street: i colossi hi-tech continuano a volare

I colossi hi-tec degli USA continuano a tirare la volata. Facebook e Amazon sono quelli che stanno marciando più di tutti, ma in generale l'intero comparto funziona in Borsa. Apple, dopo la pubblicazione di risultati migliori delle attese a fine luglio, ha recuperato il 13%, anche se dall'inizio del 2016 il rialzo è motlo più contenuto: 4%. Sui risultati futuri occorre capire come procederà la vendita degli iPhone, in retromarcia per due trimestri consecutivi, e soprattutto l'impatto dell'iPhone 7 che verrà lanciato a settembre. Molto dipenderà anche dalla evoluzione dek mercato in Cina, dove non a caso Cook si è recato in viaggio ed ha annunciato l’apertura di un centro di ricerca e sviluppo.
Chi non conosce ostacoli è Facebook. L'azienda di Zuckerberg si è estesa a tutti i settori delle tecnologie d’avanguardia grazie all’acquisizione di Oculus, WhatsApp, Messenger. Per Facebook il target price è 153,82 dollari, mentre ora veleggia sui 120 $. Al momento il colosso social non si attende grandi impennate sui ricavi da pubblicità, mentre aumenterà probabilmente i prezzi dell’adv e cercherà di monetizzare le chat.
Poi c'è Google. Il fatturato è salito del 21% grazie allo sviluppo dei formati pubblicitari per il mobile. La società stima un utile per il 2016 superiore ai 19 miliardi di dollari, contro i 15,826 miliardi del 2015. Il motore di questi ricavi è soprattutto il cloud, i cui ricavi sono aumentati del 33% nell'ultimo tirmestre.
Capitolo Microsoft. Qui gli analisti sono molto prudenti, e credono che il titolo resterà sostanzialmente stabile.
Amazon invece è la regina del cloud: +58% di entrate nel secondo trimestre. L’utile atteso per il 2016 è 2,785 miliardi.
CONSIGLIO: se volete immergervi nel trading online su questi titoli, scegliete sempre una piattaforma che sia adeguatamente regolamentata e affidabile. Un elenco dei migliori broker potete trovarlo qui, in modo tale da poter scegliere quello che vi sembra il più adatto al vostro stiel di trading.

Usa, la FED potrebbe tagliare i tassi nonostante i prezzi siano stabili

I mercati valutari sono stati influenzati dalla possibilità che la FED possa decidere un rialzo dei tassi di qui a qualche settimana. Eppure l'inflazione americana è in linea con le attese, visto che i prezzi al consumo sono rimasti invariati a luglio, dopo quattro rialzi di fila.
Secondo il dipartimento del Lavoro americano, l'indice dei prezzi al consumo si è ancorato ai livelli di giugno (0,2%) mentre su base annua i prezzi sono saliti dello 0,8%. Positivi sono stati i dati dell'attività edilizia a luglio, visto che secondo il dipartimento del Commercio, l'indice dei nuovi cantieri è aumentato del 2,1% a 1,2 milioni, dopo il +5,1% del mese precedente. Complessivamente, dopo questi dati il cambio euro dollaro ha aggiornato il massimo intraday martedì a 1,1322, per poi ritracciare a 1,1266 dopo l’intervento di William Dudley, presidente della Fed di New York e vicepresidente del Fomc. Dudley ha anche dichiarato che un rialzo dei tassi a settembre è possibile, dal momento che l’economia andrà meglio nel secondo semestre.

lunedì 15 agosto 2016

Spesa più cara d'Italia a Rimini. Napoli tra le "economiche". Milano caso bizzarro...

Un'indagine condotta sul territorio nazionale dal Sole24Ore, avente a oggetto un paniere di 20 prodotti, ha evidenziato le differenze tra Nord e Sud. In special modo l'obiettivo era capire dove la spesa costa di più per le famiglie italiane. Come si vede dal grafico sottostante, al Meridione la spesa costa complessivamente di meno, visto che le città meno care sono tutte al Sud, dove comandano Benevento, Catanzaro e Napoli.
A Rimini, città più cara (in media si spendono 4400 euro l'anno) la spesa costa il 150% di quella di una famiglia di Napoli.
Caso molto particolare è quello di Milano. Il capoluogo lombardo è al top se una famiglia decide di comprare prodotti di gamma (può arrivare a spendere fino a 8mila euro). Tuttavia al tempo stesso può anche essere la cittàmeno cara d'Italia se si opta per i prodotti a basso costo (spesa di appena 2mila euro). Ecco il grafico proposto da Il Sole 24 Ore:

domenica 14 agosto 2016

Gettito fiscale in... fumo per colpa della sigaretta elettronica


La sigaretta elettronica ha fatto evaporare ben 160 milioni di euro al Fisco italiano. Il bilancio dello Stato infatti, tra un capitolo e l'altro, presenta un bel buco alla voce "tassazione dei liquidi per le sigarette elettroniche". Sulla base delle previsioni del 2016, si pensava che sarebbero entrati nella casse dello Stato circa 85 milioni. Alla fine sono stati appena 5. La stessa previsione si è dimostrata errata per due anni consecutivi: ecco quindi che 160 milioni sono andati letteralmente in fumo... anzi in vapore.

Evapora il gettito fiscale

Il motivo è che lo Stato non ha considerato l'effetto boomerang della tassazione. Quest'ultima ha finito con lo spingere verso l'alto i prezzi all'interno dei negozi fisici, con la conseguenza che gli "svapatori" si sono orientati verso le vendite online. Lì ci sono pochissimi controlli.
L'unico dato positivo è che secondo le stime di mercato, anche nei negozi fisici c'è stata una ripresa delle vendite. ma non sarà certo abbastanza per colmare il buco da 160 milioni di euro.

sabato 13 agosto 2016

Il Pil italiano frena. Secondo trimestre a crescita zero

Il Pil italiano non cammina più. Nel secondo trimestre in pratica non si è mosso, facendo registrare una variazione zero rispetto al periodo precedente. Un risultato poco confortante sebbene fosse ampiamente previsto. Infatti solo pochi giorni fa erano stati pubblicati dei dati negativi riguardo alla produzione industriale.

E sempre poco tempo fa c'era stata l'ultima nota mensile dell'Istat che portava con sé un segnale negativo delle indicatore composito anticipatore. Bisogna andare indietro di 9 anni per trovare un trimestre a crescita zero, era il secondo del 2007. La variazione acquisita per il 2016 si ferma così allo 0,6%.

Va sottolineato che la stima del governo, contenuta nel Def dello scorso aprile, indicava una crescita tendenziale del 1,2% per il 2013. Secondo diversi analisti ha inciso pesantemente in diffuso l'allentamento dell'economia globale sul l'indebolimento del ciclo economico italiano.

venerdì 12 agosto 2016

Benzina, ecco perché siamo i terzi che pagano più in tutta Europa

Potevamo immaginarlo ma adesso ne abbiamo anche la certezza numerica. In Italia siamo il terzo paese che paga la benzina più cara d'Europa (dietro Olanda e Danimarca, dove però il governo dà contributi generosissimi per l'acquisto di auto a basso impatto). Anche se il prezzo del petrolio dal 2012 è sceso del 70%, questa diminuzione alla pompa si è clamorosamente ridotta solo del 20%. Che fine ha fatto il resto? Ci hanno pensato tasse e accise, che compongono per due terzi il prezzo che noi paghiamo per fare rifornimento.
In Italia paghiamo il carburante il 10% in più dei tedeschi, il 20% in più dei francesi e il 30% in più dei nostri amici che vengono dall'Austria. Ogni anno la domanda che i consumatori si pongono è sempre la stessa: come mai paghiamo sempre di più degli altri? La risposta è duplice. Una risposta è di tipo tecnico ma è decisamente traballante, visto che fa riferimento a geopolitica, fluttuazioni sui mercati finanziari ed equilibri mondiali. Insomma dice tutto per non spiegare niente. L'altra invece è quella chiara e esplicativa. Paghiamo la benzina tantissimo perché il 69% del prezzo è fatto di tasse accise IVA e balzelli vari. E se questo non vi sciocca abbastanza, lo farà ancora di più sapere che nel prezzo della benzina c'entrano anche la guerra d'Etiopia del 1935, i terremoti e disastri vari che hanno colpito la penisola (l'ultimo quello in Emilia del 2012) e anche il "Salva Italia" varato dal governo Monti nel 2011.

giovedì 11 agosto 2016

TLC a caccia di un modo per incrementare i propri ricavi

Una delle sfide più grandi nel 2016 riguarderà il settore delle telecomunicazioni. Quello che, banche a parte, ha patito di più la crisi in questa prima parte dell'anno. Lo dimostra il -33% che mediamente hanno registrato i titoli del comparto a Piazza Affari. Molto più del -21% media di tutto il listino. Peggio hanno fatto solo i titoli bancari.

Il nodo da sciogliere sarà anzitutto quello riguardante la guerra delle tariffe, che ha finito per penalizzare tutti. Ha portato così riflessi pesantissimi sul fatturato delle aziende. Negli USA i competitor sono meno di una decina. In Europa se ne contano un centinaio.

 (grafico sole 24 ore)

L'unica strada che finora viene percorsa da queste aziende per accrescere il fatturato, è quella di una sempre più stretta connessione con i media. In special modo, si guarda con sempre maggiore interesse al modello delle pay-tv. Va detto, in questo quadro globale, che l'Italia paga anche un altro aspetto fondamentale: siamo il paese con maggiori difficoltà di accesso alla banda ultra-larga. Soltanto il 5,6% della popolazione ha questo privilegio.



martedì 9 agosto 2016

Cross EUR-GBP, diversi indicatori tecnici dicono "rialzo in vista"


Gli effetti di una situazione ancora molto complicata per la Gran Bretagna potrebbero farsi sentire ancora sulla sterlina. Il cross Eur-GBP ha già mostrato un lieve rialzo nella giornata di ieri, e potrebbe continuare ancora su questa scia.
La moneta unica vive un momento decisamente migliore rispetto alla sterlina, che paga ancora l'effetto Brexit. Per questo motivo oggi punteremo su un nuovo rilazo dell'Euro.
A sostenere questa nostra ipotesi ci sono diversi indicatori tecnici, l'RSI (14), il MACD (12,26), il CCI (14), il ROC e il Bull/Bear power. Siamo quindi orientati nel prevedere un rilazo sia nel breve che nel medio periodo.
CONSIGLIO: Se siete amanti delle opzioni binarie potete provare gli strumenti "raddoppiare", "prolungare" e "vendere"

 messi a disposizione da Option Web e integrarli nelle vostre strategie di trading.

Il trading è sempre più automatizzato. Il 66% degli scambi azionari avviene così

Anche se l'operatore tradizionale è ancora ben presente e attivo sui mercati finanziari (ma magari non guarda più conto economico e stato patrimoniale), cresce sempre di più il peso della tecnologia.
Le posizioni aperte sul mercato sono sempre meno frutto di analisi, e sempre più figlie di algoritmi automatizzati. Quelli che "leggono" i dati e le correlazioni.
Secondo AiteGroup i robot-trader gestiscono addirittura il 66% delle negoziazioni mondiali sui listini azionari. E' grave? C'è chi dice no, visto che i bilanci si riflettono nei prezzi, e quindi usare solo questi ultimi equivale comunque a usare anche i primi. Ma in realtà questo è vero solo in parte. E soprattutto, anziché essere il fondamentale a guidare il mercato, avviene che è l'algoritmo a guidarlo.

lunedì 8 agosto 2016

Borse europee in rialzo grazie al rally USA. Torna la fiducia in Europa

Le Banche trascinano verso l'alto i listini europei nel primo giorno della settimana. Lo STOXX 600 guadagna intorno alle 11,30 lo 0,2%. Secondo gli operatori questo avviene anche grazie al rally dei mercati americani dopo i forti dati sull'occupazione.
E' tornata così la fiducia in Europa. Dal fronte macro intanto è giunto il buon dato sulla produzione industriale in Germania, barometro all'andamento dell'economia del Vecchio Continente.

mercoledì 3 agosto 2016

Le banche trascinano giù i listini. L'USD in difficoltà dopo i dati marco flop

Volano schiaffi nei confronti delle banche. Hanno vissuto un'altra giornata nera sui mercati finanziari, trascinandosi giù tutte le borse. Gli esami dei principali istituti del continente hanno fatto saltare fuori alcuni casi critici come Mps, e più in generale 7 istituti sui 51 “sistemici” d’Europa, tra cui Unicredit e Barclays, hanno registrato un livello di capitale Tier 1 inferiore al 7,5%.
In generale comunque è tutto il contesto macro ad essere complicato, visto che la Brexit resta ancora qualcosa senza effetti ben definibili. Nessuno sa dire con certezza quali saranno le conseguenze nel medio lungo termine dell'addio inglese alla UE. Questo si traduce in incertezza sui mercati finanziari.
Nei cambi, intanto il cross Euro Dollaro oggi è arrivato ai massimi di giornata a 1,1226.