venerdì 30 settembre 2016

Banche, gli USA dopo la Deutsche Bank ne mettono nel mirino altre 5

Non finisce alla battaglia con Deutsche Bank, l'azione del Dipartimento della Giustizia americano. Da oltreoceano sembra infatti prova a scatenarsi un'offensiva nei confronti di altri 5 banche e istituti di credito europeo, relativamente allo scandalo dei titoli venduti mentendo sul loro grado di rischio.

La guerra USA-banche

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Alla Deutsche Bank il conto presentato è stato salatissimo, ben 14 miliardi di dollari. Tuttavia secondo gli ultimi rumors, le autorità americane avrebbero avviato una trattativa per un compromesso sulla cifra. Si parla di 5-6 miliardi di dollari. Conto salato, ma comunque molto meno del precedente.

L'entità dell'importo chiesto dagli USA aveva infatti sollevato dubbi sulla capacità della banca tedesca di farvi fronte senza correre ai ripari: aumenti di capitale o aiuti di Stato. Lo "sconticino" peraltro ha già avuto un effetto benefico sul titolo del colosso bancario tedesco, che in Borsa da che perdeva il 10% è arrivato a chiudere addirittura in territorio positivo, secondo i dati di XM piattaforma broker.

Ad ogni modo, sembra che gli USA abbiano messo nel mirino altre cinque grandi banche europee, con le quali intende arrivare ad accordi o sanzioni entro la fine dell'anno, prima di dover passare il testimone alla prossima amministrazione. Si conoscono i nomi di queste banche: Barclays, Rbs, Credit Suisse, Hsbc e Ubs. Tra le banche statunitensi un'inchiesta è tuttora attiva contro Wells Fargo, già scottata oggi dal caso dei conti fantasma.

Ricordiamo inoltre che il governo americano ha imposto multe per circa 46 miliardi di dollari a sei grandi istituti: JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley, oltre che alla società di valutazione de credito aziendale Standard & Poor's dell McGraw Financial.

Ricchi di Stato: ecco la lista dei manager pubblici ad altissimo reddito

Le dichiarazioni dei redditi di manager pubblici (o ex) sono state rese note, in ossequio alla trasparenza, da parte della Presidenza del Consiglio. Sono state raccolte in un Bollettino con data 31 agosto 2016, e fanno riferimento ai redditi del 2015.

Conti (Enel) guida la classifica dei ricchi di stato

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Si scopre così che il "Paperon de Paperoni" dei manager pubblici è l'ex amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti, che ha guadagnato ben 11 milioni di euro. Nella somma confluiscono la mega-liquidazione e i benefici che ha ricevuto a maggio 2014, quando ha lasciato la sua carica all'Enel.

Al secondo posto c'è Ferdinando Falco Beccalli, presidente Enav. Il suo reddito supera i 9 milioni grazie al fatto di essere stato anche presidente e Ad di General Electric Europa, nonché amministratore delegato di General Electric in Germania. Va anche aggiunta la proprietà al 60% della Falco Holding, società con sede a Lugano che si occupa di consulenza manageriale.

Al terzo posto c'è Fabio Gallia, numero uno della Cassa Depositi e Prestiti dall'estate del 2015. Il suo reddito sfiora i 3 milioni di euro in larga parte dovuto al suo ex ruolo di amministratore delegato di Bnl e responsabile del gruppo Bnp Paribas per l'Italia. A livello patrimoniale, Gallia dichiara tre fabbricati a Torino; 5 fabbricati e sei terreni a Capalbio; due fabbricati a Diano Marina e altri due a Sauze D'Oulx (Val di Susa) e infine 4 terreni a Sassello (Savona).

Seguono a ruota Franco Bernabé (Fondazione La Quadriennale di Roma) con oltre 1,6 milioni l'anno, poi Luciano Acciari (vice presidente uscente della St Microelectronics Holding) con oltre 1 milioni, e poi Ezio Castiglioni (presidente dell'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) con 762 mila euro.

mercoledì 28 settembre 2016

Fusione Deutsche Borse-London Stock Exchange nel mirino della UE

La Commissione europea ha annunciato di avere aperto un'indagine sulla proposta di fusione tra Deutsche Börse e il London Stock Exchange, operazione notificata alla UE il 24 agosto scorso.

Concorrenza a rischio in caso di fusione

Secondo il punto di vista dell'esecutivo comunitario, infatti, questa operazione potrebbe limitare la concorrenza in alcuni settori economici. Si tratti di prodotti derivati, azioni tedesche, prodotti negoziati in Borsa.

La fusione tra le due società coinvolge sostanzialmente i principali mercati finanziari della Gran Bretagna, della Germania e dell'Italia (Il London Stock Exchange controlla oltre che la piazza londinese anche la Borsa di Milano), e secondo la Commissione «provocherebbe di gran lunga la nascita del più grande operatore borsistico d'Europa».

Margrethe Vestager, commissaria alla concorrenza, ha detto che «i mercati finanziari giocano un ruolo essenziale nell'economia europea. Per questo motivo dobbiamo vigilare affinché chi vi opera continui ad avere accesso alle infrastrutture dei mercati finanziari a condizioni di concorrenza. Ecco perché abbiamo avviato una inchiesta approfondita».

L'intervento della UE non sorprende, ed anzi era abbastanza scontato. L'annuncio dell'operazione aveva indotto molti osservatori a prevedere dubbi comunitari. La fusione tra Deutsche Boerse e Lse è un affare da 26 miliardi, ed è già la terza volta che Deutsche Börse tenta di scalare il London stock Exchange. In passato la piazza finanziaria di Francoforte aveva anche tentato di unirsi al NYSE-Euronext (che raggruppa tra gli altri le borse di Parigi e Amsterdam), tuttavia senza riuscirvi. La Commissione europea si è data fino al 13 febbraio del 2017 per completare la sua indagine.

martedì 27 settembre 2016

Fatturato industrie italiane in cresscita, ma calano gli ordinativi

La situazione dell'industria italiana è a tinte chiaroscure. Da una parte infatti c'è un dato positivo, quello del fatturato. Dall'altra però c'è il dato negativo degli ordinativi che preoccupa molto gli imprenditori.

I dati sul fatturato

Secondo quanto riportano i dati dell'Istat, nel mese di luglio il fatturato del settore industriale ha segnato una crescita del 2,1% rispetto al mese precedente. Dal confronto con luglio 2015 emerge inoltre il fatto che l'indice grezzo del fatturato si riduce del 6,7%.

L'incremento tendenziale di fatturato più rilevante si registra nelle industrie tessili e dell'abbigliamento (+6,1%), mentre la maggiore diminuzione riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-15,3%).

...e quelli sugli ordinativi

Per quanto riguarda gli ordinativi, invece, si è registrata una flessione del 10,8%. Secondo l'Istat questa contrazione mensile è dovuta al risultato eccezionalmente elevato registrato nel mese di giugno (+14,3% rispetto a maggio), positivamente influenzato dal settore della cantieristica.

Dal confronto con luglio 2015 emerge che l'indice grezzo degli ordinativi segna un calo dell'11,8%. Se guardiamo ai singoli settori, si può notare come l'aumento maggiore si registra nei prodotti elettronici (+20%), mentre la flessione più grande si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-35,6%) e in particolare nel settore della cantieristica.

lunedì 26 settembre 2016

Tasse, il Governo vuole ridurle dal 2018. Ma con quali fondi?

Sospesa tra la voglia di iniettare fiducia nel paese, e ottenere un bel po' di consenso politico, il governo Renzi vuole procedere a una riduzione delle tasse dal 2018. Idea bella, che però ha un problemone di fondo: i soldi per compensare questa riduzione non ci sono. Eppure pare il governo voglia inserirla fin da ora nella prossima legge di bilancio.

L'ipotesi di riduzione delle tasse

Per adesso non si sanno bene i contenuti di questa proposta. E cioè l’entità dello sgravio fiscale a favore dei cittadini. Ne' chiaramente con quali tagli di spesa o eventuali nuove entrate potrà essere coperto il minor gettito che ne deriverebbe. C'è il precedente dell'Ires. L’aliquota sui redditi delle imprese dal prossimo gennaio passa dal 27,5 al 24%, secondo quanto deciso con la legge di Stabilità dell’anno scorso.

Più o meno gli sgravi Irpef dovrebbero seguire lo stesso percorso. Non sarà possibile attuarli nel 2017, ed è per questo che si lavora già in ottica 2018, quando gli spazi di bilancio dovrebbero essere maggiori. Ci sono soltanto ipotesi finora. C'è chi parla di riduzione di un punto dell’aliquota del 38% (per tutti i contribuenti con redditi oltre i 28 mila euro). C'è chi dice che verranno ridotte a tre le aliquote. La prima ipotesi "costerebbe" 3 miliardi, la seconda 9.

domenica 25 settembre 2016

Crediti in sofferenza, il settore immobiliare ne genera il 41%

Uno dei problemi maggiori della nostra economia sono i crediti in sofferenza. Secondo quanto riporta un'indagine della Cgia, quasi la metà di questi crediti "complicati" ha origine dal settore immobiliare. La percentuale esatta è infatti del 41,4%. Secondo l'ultima analisi realizzata dall'Ufficio Studi della Cgia, ammonta a 64,8 miliardi di euro il volume di crediti in sofferenza della filiera immobiliare, su un totale di 156,8 miliardi generati dalle imprese.

I dati della Cgia sui crediti in sofferenza

Su questo volume totale di sofferenze, la parte più cospicua riguarda il comparto delle costruzioni (43,1 miliardi) mentre le attività immobiliari (ovvero compravendita, affitto e gestione di immobili e intermediazione immobiliare) sono a quota 21,7 miliardi di euro.
Questi numeri testimoniano le difficoltà della filiera immobiliare nel restituire i prestiti agli istituti di credito. Basti pensare che l'intero settore manifatturiero ne genera 35,1 miliardi (22,4% del totale delle sofferenze), mentre il commercio si ferma a 26,8 miliardi (17,1%).

Peraltro la tendenza di questo fenomeno è in crescita, visto che da luglio 2011 a luglio 2016 si "contano" 42,7 miliardi di euro di sofferenze in più per questo comparto, per un incremento che addirittura arriva al 192,7%. Per completezza, va anche detto che nello stesso periodo il settore manifatturiero ha avuto un incremento di sofferenze del 57,5%, mentre il commercio registra un +96,2%. Tra i settori economici che sono più virtuosi, ovvero generano meno sofferenze, ci sono le utilities energetiche (2,3 per cento), le attività professionali (8,5), i trasporti (9,7) e le utilities dei rifiuti/risorse idriche (9,8).

sabato 24 settembre 2016

Canone RAI in bolletta, finora l'incasso è stato un flop

L'incasso del canone RAI tramite bolletta della luce non ha funzionato granché, finora. Lo Stato ha infatti incassato appena 97 milioni di euro, su una stima complessiva di quasi 1900 milioni da incassare. Un ventesimo appena. Tuttavia il vice ministro dell'Economia Enrico Zanetti dice che bisognerà aspettare ancora qualche giorno per avere dei valori chiari. Bisogna aspettare tra il 28 e il 30 settembre, quando l'Agenzia delle Entrate disporrà dei dati completi.

Dati flop sul Canone RAI


Finora l'Agenzia delle Entrate ha sostenuto che le imprese elettriche hanno riversato allo Stato meno di 100 milioni. Soldi arrivati in agosto con il pagamento delle bollette elettriche che è avvenuto a luglio. Il punto è che la bolletta elettrica estiva, spesso viene pagata con ritardo, ovvero tra agosto e inizio settembre.

Il mancato pagamento delle bollette Enel di luglio (quindi non solo della quota canone) si aggira intorno al 10%, comprensivo della morosità fisiologica e di quella stagionale (periodo estivo).

Le società elettriche avevano tempo fino al 20 settembre per girare l'intero incasso del canone allo Stato. Ecco perché bisogna aspettare solo la fine del mese per avere un quadro più nitido.
C'è anche un altro aspetto da sottolineare. Alcuni cittadini, come ad esempio quelli delle isole, pagano le bollette utilizzando il modello F24, e quindi entro la scadenza del 31 ottobre.l'importo è di circa 300mila euro.

venerdì 23 settembre 2016

SocGen, l'appello ribalta sentenza Kerviel: incasserà solo un milione

Mastica amaro il colosso finanziario Société Générale. Nella vertenza con Jérome Kerviel, che dura ormai dal 2008, l'appello ha dato ragione all'ex trader. Kerviel era stato condannato a tre anni di reclusione nel 2010 su 4,9 miliardi di perdite causate agli investitori nel trading di derivati quando lavorava per SocGen. Inizialmente era stato anche condannato a rimborsare l'intera somma (4,9 milioni), ma successivamente tale sentenza era stata annullata.Oggi la Corte d'Appello ha dato parzialmente ragione a Kerviel.

La guerra tra Kerviel e SocGen

Secondo la corte d'appello infatti, al stessa SocGen ha avuto un ruolo importante, viste le sue disfunzioni nei suoi sistemi di controllo. Ammettendo questo, è chiaro che sia stata al tempo stesso ritenuto Kerviel solo parzialmente responsabile delle conseguenze per la banca. Da qui la riduzione del rimborso alla società da 4,9 miliardi a un milione.

La Corte d'appello non ha voluto rimettere in discussione la perdita subita dalla banca nel 2008. L'avvocato di Kerviel, infatti, aveva chiesto una verifica dell'ammontare esatto. Richiesta respinta, quindi.

Già nel 2014, la Cassazione aveva annullato le precedenti decisioni sull'entità del rimborso, sostenendo che le disfunzioni interne di SocGen avevano avuto il loro peso nel produrre o aggravare il danno. Cosa ribadita dai giudici di Versailles, secondo i quali un controllo più accurato avrebbe potuto evitare il ripetersi - e anzi il moltiplicarsi – di simili situazioni di rischio.

Dopo che si è diffusa la notizia, la quotazione del titolo di SocGen sul listino francese ha segnato un calo deciso, scivolando a 31,82 euro (partiva da 32,37).Lo abbiamo visto sul conto demo IronFX.

La guerra tra SocGen e il trader Kerviel però andrà ancora avanti. L'avvocato dell'ex trader ha infatti già dichiarato che «si opporrà a qualsiasi tentativo di recupero del denaro da parte della banca». Ha inoltre ribadito di non dover «dare nulla» alla banca.

giovedì 22 settembre 2016

Industria, lo Stato punta sull'innovazione per il rilancio

Passerà per l'innovazione e anche (ancora) per i benefit fiscali il piano di rilancio del governo per l'industria. Sono infatti previsti 13 milioni di incentivi nei prossimi anni, oltre che un ammortamento del 250% che possa consentire alle imprese di incrementare questo vantaggio fiscale. Oltre a questo, però ci saranno anche 24 miliardi di investimenti privati e altri 10 di impegno pubblico per iniziative quali la banda larga e il made in Italy, a cui dovrebbe corrispondere quello privato per 32 miliardi.

Il nuovo piano per l'industria

Sono i numeri del nuovo piani industriale presentato a Milano da Renzi e il ministro dello Sviluppo economico Calenda. Lo scopo è chiaro: rilanciare la produttività del Paese. Strizzando in special modo l'occhio al settore manifatturiero. Il progetto dell'Industria 4.0 (chiamato così nell'ottica di una quarta rivoluzione industriale, quella dominata dalla tecnologia e dal digitale) punta forte sugli investimenti e sull'innovazione. E' in tale senso che c'è anche una forte intenzione di puntare su percorsi universitari e istituti tecnici superiori dedicati (raddoppiando gli iscritti a scuole che si occupano di questi temi innovativi).

Lo Stato dovrà impegnarsi a fondo per assicurare le infrastrutture (prima tra tutte la banda larga). Ma dovrà anche spingere gli investimenti privati e la ricerca. a tal proposito spicca il credito d'imposta alla ricerca. Il credito massimo per contribuente passerà da 5 milioni che vengono attualmente riconosciuti fino a 20 milioni.

Quello che dunque caratterizza il nuovo progetto del governo è un cambio di impostazione culturale. Non ci sarà più uno stato che dice alle imprese in quali settori devono investire. Spariscono anche gli incentivi che vengono assegnati solo alle aziende che superano una valutazione ministeriale. Il piano del governo Industria 4.0, che punta a far crescere gli investimenti privati di 10 miliardi solo nel 2017.

mercoledì 21 settembre 2016

BCE, l'ex governatore Trichet è ottimista: «Siamo solo un po' indietro»

Nelle ultime settimane si è discusso molto delle (non) scelte fatte dalla BCE riguardo la politica monetaria. Molti investitori sono rimasti delusi dal fatto che Draghi abbia preso tempo, probabilmente in attesa delle mosse altrui (specialmente la FED). Ad ogni modo, a spezzare una lancia a favore della BCE, e dare una spolverata di ottimismo all'ambiente finanziario, ci ha pensato l'ex presidente della Banca centrale Europea Jean-Claude Trichet.

Il commento dell'ex governatore BCE

Intervistato dall'agenzia MarketWatch, l'ex governatore BCE (è stato in carica dal 2003 al 2011) ha spiegato che la situazione economica europea tutto sommato non è negativa, ma «semplicemente un po' in ritardo» rispetto agli Stati Uniti. 
Il motivo di questo ritardo è da ricercare nel fatto che in Europa si sono abbattute ben 3 crisi finanziarie. La prima è stata nel 2007, ed ha riguardato i subprime. Poi c'è stato il fallimento del colosso bancario Lehman Brothers nel 2008, infine nel 2010 è scoppiata la crisi del debito sovrano europeo. Secondo Trichet, questi avvenimenti hanno zavorrato l'economia europea meno di quella Statunitense.

L'ex governatore Trichet ha poi bacchettato i governi europei. Secondo lui infatti sbagliano a considerare l'Eurotower come un luogo da cui deve arrivare sempre immissione di denaro a pioggia. La così detta "overdose di denaro" è una situazione che Trichet ha ribadito di non gradire affatto.

Agricoltura italiana: cresce il numero di occupati under35

I giovani tornano alle origini, ai propri avi e a quella cultura dell'amore per la terra che ha sempre fatto le fortune dell'Italia. Secondo l'analisi sull'occupazione fatta dall'Istat, sono infatti sempre di più i giovani che decidono di trovare occupazione nel settore agricolo.

Gli ultimi dati parlano nel complesso di una crescita degli occupati nel settore pari al 6,5% (rispetto al secondo trimestre del 2015). Questa percentuale rende l'agricoltura il settore migliore sotto questo punto di vista, dal momento che la media complessiva nazionale è pari al 2%.

I giovani e l'agricoltura

Il dato interessante riguarda però soprattutto gli under 35. I giovani che trovano lavoro nel settore agricolo sono diventati cresciuti di 16.200 unità rispetto allo stesso periodo del 2015. In termini percentuali la crescita è stata del 9,1%.

Guardando invece il dato territoriale, si scopre che l'occupazione agricola aumenta soprattutto al Nord (+9,4%), mentre di meno nel Mezzogiorno (+4,3%). Si assesta nelle media invece la crescita al Centro Italia.
 Rispetto alla fascia di età, è l'incremento di occupazione giovanile che fa felici. La crescita dei lavoratori Under 35 anni è stata del 4,5%. Nelle campagne italiane è aumentato sia il numero di lavoratori indipendenti (+5,9%), che di quelli dipendenti (+7,1%).

martedì 20 settembre 2016

MPS crolla in Borsa. Pesano le incertezze sul piano industriale

E' sempre più sotto pressione il titolo di Monte dei Paschi di Siena, che nella seduta di borsa di ieri ha fatto registrare un nuovo record negativo. Dopo avere cominciato in rialzo, la quotazione ha poi cambiato improvvisamente direzione, entrando in asta di volatilità e finendo per scivolare sotto la soglia dei 20 centesimi per azione.

La situazione delicata di Mps

A pesare sul titolo sono le sempre più numerose indiscrezioni riguardo il suo piano industriale, che fanno seguito dagli scossoni al vertice. Dopo l'addio dell'amministratore delegato, anche il presidente Tononi ha rassegnato le proprie dimissioni, che diventeranno operative dopo l'approvazione del piano industriale.

Le ultime voci dicono che potrebbe slittare l'approvazione del piano industriale di qualche tempo. Questo ha scatenato le vendite sulle azioni bancarie. Gli scossoni su Mps seguono l'insediamento di Marco Morelli alla guida. Già questo aveva fatto perdere l'1% nella seduta della vigilia. Poi c'è stato il tonfo di venerdì scorso, nel quale Mps ha perso addirittura il 9,3%.

Il problema del piano industriale è quello che pesa maggiormente sul futuro dell'istituto, e sulla fiducia degli investitori. Il piano è la prima tappa di un'operazione di salvataggio che prevede la vendita di 27,7 miliardi di sofferenze lorde e un aumento di capitale fino a 5 miliardi di euro.

Inizialmente era previsto che il primo passaggio arrivasse alla fine di settembre, ma poi gli stravolgimenti al vertice dell'azienda hanno fatto slittare tutti gli appuntamenti. Resta la fiducia da parte delle istituzioni (il viceministro dell'Economia), ma anche la perplessità dell'agenzia di rating Fitch, che ha puntato il dito sulle debolezze del programma: «E' molto complesso e i rischi di esecuzioni sono alti».

lunedì 19 settembre 2016

Apple e UE, le aziende americane prendono una posizione drastica

Non accenna a diminuire il livello dello scontro a distanza tra Apple e la UE. Circa un mesetto fa, il colosso di Cupertino è stato accusato di aver pagato imposte troppo basse all'Irlanda, per via di un accordo ad hoc con Dublino. Per questo motivo, secondo la UE dovrà versare ben 13 miliardi di euro alla paese anglosassone, dal momento che quel trattamento di favore è configurabile come aiuto di Stato. Ipotesi vietata dalla Comunità europea.

Intanto la quotazione di Apple negli ultimi giorni ha subito una piccola battuta d'arresto, dopo aver guadagnato circa il 10% nella settimana precedente. Chi ha puntato sul titolo di Cupertino rischia di averlo fatto tardi, quindi. Speriamo per loro che almeno abbiamo sfruttato un conto trading con bonus senza deposito.

Le maggiori imprese USA al fianco della Apple

La Apple però non ci sta. E adesso dalla sua parte si è schierata anche la Business Roundtable, ovvero l'associazione dei ceo delle maggiori aziende Usa. La settimana scorsa, proprio la BR ha fatto partire una lettera verso l'Europa, nella quale si chiede di ribaltare il giudizio su Apple.

Ben 185 amministratori delegati americani hanno firmato quella lettera, che vuole essere un modo per fare pressione sui leader dei 28 paesi membri della Ue. Secondo loro la UE rischia di auto-infliggersi una ferita grave. «Nell'interesse di tutti i paesi che rispettano lo stato di diritto, non può essere permesso alla decisione di sopravvivere».

Ma lo scontro aspro transoceanico è ben lungi dal finire. A seguito della lettera, il commissario Ue per la concorrenza Margrethe Vestager non si è mossa di un centimetro dalle sue posizioni. «Se chiedono che una decisione deve essere ribaltata, allora devono sapere che ciò deve avvenire prima che la decisione sia presa. E' troppo tardi adesso». La richiesta, insomma, è giunta fuori tempo massimo.

La UE si prepara quindi al muro contro muro. Con l'aggravante che non sarà solo con la Apple, ma anche con le maggiori aziende americane. Queste ultime sono preoccupate delle possibili evoluzioni che potrà avere il loro mercato in Europa. Effettivamente, una decisione del genere - giusta o sbagliata che sia - rischia di creare un precedente pericoloso. Le aziende USA potrebbero infatti decidere di fare un passo indietro dai mercati europei, rinunciando ad alcuni investimenti già fatti o in programma.

Ecco perché hanno sollecitato anche la Merkel a "lavorare con i colleghi per ribaltare la decisione e mettere fine all'uso delle inchieste sugli aiuti di stato che scavalcano la capacità di un paese e di altri membri Ue di determinare e interpretare le loro leggi fiscali". Un'accusa già respinta dalla UE: «Non siamo parziali sulle nazionalità. Applichiamo la legge. Non vi è alcun dato statistico che confermi qualche forma di parzialità». Avanti col prossimo round.

Pil in calo a luglio, la Germania incassa un brutto colpo

Il prodotto interno lordo (PIL) non è più amico della Germania. Secondo quanto riporta il Bollettino mensile della Bundesbank, infatti l'economia tedesca cresce a ritmo più lento nel terzo trimestre. Questa frenata, che fa seguito all'espansione robusta registrata in primavera, pare sia dovuto alla debolezza del settore manifatturiero e dal deterioramento della fiducia delle imprese.

Secondo la Bundesbank, comunque la valutazione complessiva resta favorevole. Nonostante il rallentamento del terzo trimestre, infatti, la situazione tedesca si conferma solida. «I dati in avvio di trimestre sono stati molto deboli» ed è atteso un «rallentamento della crescita nel Q3».

Weidmann accusa l'Italia invece di pensare al suo PIL

Intanto dalla Germania risuona l'eco delle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank, Jen Weidmann. Il numero uno dell'istituto tedesco punta il dito contro l'Italia, che secondo lui abusa della flessibilità ed è responsabile di non aver tagliato il debito pubblico.

Secondo Wiedmann, il Jobs Act e l'Italicum hanno un approccio corretto, ma il governo italiano deve portare avanti le riforme strutturali che ha già iniziato. Weidmann ha aggiunto che il patto di stabilità e crescita non è rigido, ma ci sono delle eccezioni che non sono contemplate soltanto in caso di oneri imprevisti. Però, secondo lui tale flessibilità è già stata stravolta e abusata.

sabato 17 settembre 2016

Prezzi, in Italia le bollette di luce e gas tra le più salate d'Europa

L'Italia è tra le maglie nere d'Europa per quanto riguarda il costo dell'energia. Luce e gas presentano un conto salatissimo per gli italiani. Le bollette sono infatti a livelli molto più alti della media della UE. Si tratta di un'evidenza sottolineata dal confronto realizzato dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre su una serie di tariffe pubbliche applicate in tutta l'Unione europea.

Perché in Italia sono più alti i prezzi

Secondo questo studio, il motivo per cui i prezzi praticati in Italia sono tra i più elevati d'Europa è di diversa natura. In primo luogo c'è il fatto di essere un paese importatore di prodotti energetici. Comprarli all'estero e rivenderli in Italia costa più che produrli. Ma è soprattutto il carico fiscale ad avere un peso enorme in bolletta.

I dati sul costo dell'energia

Il prezzo dell'elettricità per le famiglie italiane, se si fa riferimento al consumo domestico della classe media (compresi tra i 2.500 e i 5.000 kw/ora) si colloca al terzo posto tra i paesi dell'area euro. Dopo la Germania e l'Irlanda, infatti, in Italia il costo dell'energia elettrica sfiora i 243 euro ogni 1.000 kw/ora consumati. Questo si traduce in un fatto: le famiglie italiane pagano il 10% in più.



Relativamente al prezzo del gas, invece, quello praticato alle famiglie italiane (consumi domestici compresi tra i 20 e i 200 Giga Joule), è il terzo più elevato tra quelli UE. Ci precedono soltanto Portogallo e Spagna. Da noi paghiamo 90,5 euro ogni kw/ora consumato. Le famiglie italiane pagano il 18,6% rispetto alla media dell'Eurozona.

Trasporti pubblici più economici

Di contro, l'Italia è il paese dove il trasporto pubblico costa di meno. Rispetto alle principali città europee, il costo del biglietto (bus, tram e metropolitana) per una tratta di circa 10 chilometri è il più basso in assoluto:1,5 euro. A Stoccolma costa 3,8 euro, a Londra 3,6 euro e a Dublino 2,8 euro. Per i treni il discorso è simile: un ticket di sola andata in seconda classe per una tratta di almeno 200 chilometri costa mediamente di 25,1 euro. Solo in Spagna si può trovare anche a meno (24,5 euro). A Londra il costo è addirittura di 66,7 euro. In Germania circa 52,4 euro. Va anche sottolineato che, a fronte di un prezzo basso, la qualità del servizio è pessima. Altrove invece il servizio giustifica anche un prezzo molto più elevato.

venerdì 16 settembre 2016

Banche in crisi, ma lo stipendio dei banchieri è salito ancora

Fa strano vedere che mentre le banche sono al centro delle pressioni per via della loro crisi e di molte magagne commesse, gli stipendi di chi ne è a capo continua a crescere. L'ultimo dati, relativo agli stipendi del 2015, rivela infatti proprio questo. C'è un incremento nelle retribuzioni dei banchieri italiani. A evidenziarlo è un'inchiesta del Sole 24.

I banchieri ingrassano, invece le banche...

Secondo quanto riporta il focus del noto quotidiano, gli aumenti sono frutto più che altro di lauti bonus ricevuti da molti manager. C'è chi ha potuto aggiungere allo stipendio un tot numero di azioni gratuite come premio (per cosa poi?), mentre in diversi casi il beneficio è stato in stock option.
In altri casi il peso grosso lo hanno le buonuscite. Roberto Nicastro, diggì di UniCredit, ha ricevuto 6,964 milioni lordi, di cui 5,39 di buonuscita.
Ecco dunque il grafico del Sole 24Ore.


Proprio Nicastro guida questa special classifica. Attualmente percepisce 400mila euro l’anno come presidente delle “good bank”.
Al secondo posto c'è Federico Ghizzoni, ex ad di UniCredit. Questo ruolo gli ha fruttato complessivamente 4,67 milioni lordi. Metà come stipendio (2,883 milioni, di cui 770mila di bonus), mentre il resto in azioni gratuite ricevute in premio (1,78 milioni). Sfortunatamente per lui, il crollo del titolo ne ha ridotto il valore a solo un terzo.

Al terzo posto c'è Samuele Sorato, ex diggì e ad della Popolare di Vicenza. Ovvero una delle banche che si è trovata immersa fino al collo nello scandalo per i finanziamenti dati a clienti indotti a diventare soci o comprare azioni della Popolare, titoli che però non erano quotati e neppure vendibili solo con il consenso della banca. Comunque, malgrado tutto questo, Sorato è andato via con un accordo per una buonuscita di 4 milioni lordi, di cui la metà verrà rateizzata negli anni. A questa buonuscita va sommato poi anche lo stipendio: 600mila euro.

Al quarto posto c'è Edoardo Lombardi, vicepresidente vicario di Banca Mediolanum. Ha ottenuto 4,42 milioni. La quota maggiore, ovvero 3,08 milioni, sono plusvalenze per stock option.
Al quinto posto Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo. Ha guadagnato 2,27 milioni di compensi monetari (bonus di 502mila euro) e azioni gratuite (867mila euro).

giovedì 15 settembre 2016

Apple trascina Wall Street e spinge le borse europee

Le Borse europee ringraziano Apple. Sembra qualcosa di paradossale, visto il clima teso tra il colosso di Cupertino e la UE, ma è andata proprio così. In Europa c'è stata un'altra seduta all'insegna della volatilità. Ormai si è capito che le Borse vivono alla giornata aspettando il prossimo meeting della FED, in programma il 20-21 settembre. Intanto dopo un'altra giornata ricca di tormenti, la chiusura è positiva, anche se di poco. L'FTSE MIB si ferma a +0,34%.

A trascinare tutti è stato il recupero di Wall Street, dove il Dow Jones ha guadagnato un punto percentuale proprio grazie con il rally di Apple, favorito a sua volta dal tutto esaurito per l'iPhone 7. 

Borse in ascesa grazie ad Apple

Il titolo di Cupertino nell'ultimo periodo ha ripreso a volare, schizzando oggi da quota 108 dollari a circa 112. Ancora una volta, chi aveva puntato sul titolo investendo in opzioni binarie al rialzo ha fatto bene (noi ci siamo limitati a utilizzare il conto demo 24option).

Il fatto curioso è che oggi molte piazze europee, come detto, dovranno ringraziare Tim Cook e gli altri per questo recupero delle Borse. Il che suona strano, visto che proprio lo scontro con l'UE, qualche settimana fa aveva generato un brusco calo nel valore del titolo di Cupertino.

Ricordiamo che la UE ha sollecitato Apple al pagamento di 13 miliardi di imposte non versate all'Irlanda. La questione è sorta per via di un accordo ad hoc che Apple ha firmato con Dublino, in virtù del quale ha ottenuto delle agevolazioni fiscali clamorose. Troppo clamorose secondo la UE, che ha ravvisato nella fattispecie un caso di "aiuti di Stato". Il che è vietato.

Ma alla Apple per il momento interessa poco. Quello che conta è che domani i nuovi iPhone 7 arriveranno nei negozi ma il modello più grande è già esaurito.

mercoledì 14 settembre 2016

Mercati sempre deboli in attesa delle mosse della FED

Sulle piazza europee c'è stata un'altra seduta turbolenta. Lo scenario relativo al mercato petrolifero e all'incertezza sulle prossime mosse della FED si fanno ancora avvertire. L'unica piazza che riesce a salvarsi oggi è Londra, che chiude in rialzo dello 0,12%. Male le altre: Milano perde lo 0,05%, Francoforte cede lo 0,08% mentre Parigi segna -0,39%. Prosegue il rialzo Wall Street: quando chiudono i mercati europei il Dow Jones guadagna lo 0,3% come l'S&P 500, mentre il Nasdaq recupera lo 0,7%.

Fed e petrolio tengono in ostaggio i mercati


Ma è chiaro che sono altre le notizie che si attendono dagli USA. E ci riferiamo alla questione dei tassi di interesse. La FED non ha chiarito ancora quale posizione assumerà. Un giorno sembra possibile un aumento del costo del denaro, il giorno dopo arriva una smentita. Logicamente, questa situazione di incertezza tiene sulle spine il mercato e lo rende tanto isterico quanto debole e orientato alla prudenza. Per non parlare del mercato valutario, il Forex (scopri qui che cos'è il forex) letteralmente aggrappato agli umori statunitensi.

Diventa così quasi una liberazione l'appuntamento del prossimo 20-21 settembre, quando la FED dovrà tirare giù (almeno in parte) il velo riguardo alla questione del rialzo dei tassi di interesse. Finora sappiamo che la Yellen è possibilista, che i dati macro dicono che non è consigliabile operare adesso una stretta monetaria, mentre un paio di esponenti FED hanno opinioni sostanzialmente opposte in merito.

Non meno difficoltoso lo scenario del petrolio, che continua a scivolare sempre di più. L'accordo tra produttori per congelare la produzione e stabilizzare il mercato resta lontanissimo. Questo aumenta la pressione al ribasso della quotazione del greggio, anche oggi malgrado si sia saputo della diminuzione delle scorte USA ad agosto. 

Dal punto di vista macro, intanto, giungono nuove notizie. L'Italia resta in deflazione mentre in Francia i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,3% congiunturale e dello 0,2% su anno. L'inflazione di fondo italiana (al netto dell'energia) è stabile e aumenta dello 0,4% su anno.
A luglio, intanto, la produzione industriale europea è in frenata dell'1,1% nell'Eurozona e dell'1% nell'Ue a 28 paesi, dopo che nel mese precedente era aumentata.

Sky lancia gli "spot intelligenti". Diversi a seconda dell'utente

Anni fa sarebbe stata impensabile una cosa simile. Oggi invece la tecnologia consente anche di personalizzare i messaggi televisivi in base all'utente che li guarda. E' la nuova frontiera dell'advertising televisivo, che Sky si prepara a lanciare sulle proprie piattaforme.
Come si vede dai dati Nielsen, il settore dell'advertising televisivo è in continua crescita. Nei primi mesi del 2016, s'è registrato un ulteriore incremento del 6,1% rispetto all'anno precedente.

L'Italia sarà il secondo paese con gli Ad Smart di Sky

Sky sarà il secondo paese in cui un prodotto della galassia Murdoch ha deciso di lanciare “Ad Smart”, la piattaforma che pianifica la pubblicità in Tv mirata. Questa forma di spot è già attiva dal 2013 in Gran Bretagna, e chiaramente permette di ottimizzare gli investimenti di una campagna pubblicitaria, ma al tempo stesso coinvolge anche di più lo spettatore, che avrà target di messaggi mirati e in quantità adeguata. Meno spot, ma più efficaci. Tutti contenti, quindi.

La pubblicità mirata sarà fruibile per i clienti che hanno decoder My Sky (circa 3,2 milioni), a prescindere che sia connesso a internet. La comunicazione avviene infatti anche via satellite. In un primo momento, sarà inoltre utilizzata solo per i canali pay e in modalità lineare. Quindi non ci sarà sull'on demand. La prima forma di spot mirato si baserà soprattutto sulla differenziazione geografica. Pian piano verranno poi aggiunti altri parametri. Ad ogni modo, già la sola appartenenza geografica segnerà un cambiamento epocale, facendo raggiungere risultati importanti in termini di segmentazione delle campagne.

Pochi mesi al lancio

Secondo SKy, questo sistema consentirà di incrociare i dati legati per esempio all’attività dei decoder e dei televisori, verificando quindi quando effettivamente l’abbonato Sky si trova davanti al piccolo schermo. E quindi vedere effettivamente lo spot. Qualcuno ha avanzato il dubbio che possano esserci problemi legati alla privacy, ma secondo il colosso televisivo tutte le disposizioni in materia vengono perfettamente rispettate.
Quando verrà lanciato Ad Smart? Al momento è in corso la fase di test. Fra Natale e il prossimo gennaio si passerà invece alla fase operativa.

martedì 13 settembre 2016

Polo biomedico nell'ex area Expo. Via libera dal Ministero delle Finanze

Il primo passo per arrivare ad un polo biomedico è stato compiuto. Il piano scientifico e finanziario che è stato presentato al ministero dell’Economia e delle Finanze, ha ottenuto il disco verde da parte del Mef. Lo Human Technopole di Milano, quindi si può fare. Il Ministero lo ha giudicato «finanziariamente percorribile». Il governo adesso lavora per completare il decreto che ne dettaglierà risorse e operatività.

I numero del nuovo Polo Biomedico

Secondo le stime, un centro come quello che è in progetto dovrebbe avere un costo operativo di circa 140 milioni l’anno. Occuperà nell’ex area Expo una superficie di 30-35mila metri quadrati, darà lavoro a 1.470 persone tra ricercatori, scienziati (provenienti da tutto il mondo), personale tecnico e amministrativo, ognuna dei quali peserà a bilancio per circa 95mila euro.

Le aree di ricerca principali saranno 7, mentre ci saranno anche 3 «facilities» condivise. Gli scienziati saranno specializzati in genomica di base, malattie neurodegenerative, agroalimentare e nutrizione, big data, scienze della vita e nanotecnologie, allo scopo di sviluppare ricerca e soluzioni per la prevenzione e la cura del cancro e delle malattie neurogenerative. Il polo scientifico sarà dedicato alla ricerca avanzata in ambito biomedico.

Per realizzarlo si terrà conto delle indicazioni ricevute dal panel di esperti internazionali interpellati dal ministero per l’Università e la Ricerca. Rispetto all'idea originaria c'è stata qualche modifica che consentisse di ampliare o ridurre alcune delle aree di studio e sperimentazione. Comunque non c'è stata una variazione sostanziale del progetto iniziale.

I primi bandi internazionali per individuare i direttori dei sette centri e un direttore generale del polo verranno lanciati all’inizio del 2017, utilizzando gli 80 milioni stanziati per il progetto dalla legge 185 del 2015. Il Tecnopolo dovrebbe essere completato nel giro di pochi anni ed entrare a regime entro il 2023.

lunedì 12 settembre 2016

Petrolio, continuano le forti turbolenze sul mercato

Piazza Affari si lecca le ferite, e con lei anche i titoli del comparto petrolifero. Questi ultimi scontano la complicatissima situazione dell'intero settore, lacerato dalla questione sul congelamento della produzione. Sul New York Mercantile Exchange, il Light Sweet Crude registra un calo dell'1,39% (45,24 dollari al barile), mentre il Brent Crude perde l'1,44% (47,77 dollari al barile). Intanto lo stoxx settoriale europeo Oil and Gas cede l'1,73%.
I movimenti incerti sul mercato penalizzano gli appassionati di trading in opzioni binarie, specie quelli meno esperti che mal riescono a gestire la situazione. Qualche esperto invece ha fatto buoni affari, ma correndo grossissimi rischi. Operare nel mercato del greggio, infatti, in questo momento è complicatissimo.

Difficile trovare la soluzione al problema petrolio

La situazione che c'è a livello generale si ripercuote sui titoli italiani. Ad esempio Saipem ha perso oltre 4 punti percentuali, ma anche Tenaris registra un calo del 2,83%. Eni fa poco meglio, con un segno negativo per 2,76%. Proprio ENI intanto ha annunciato di aver raggiunto una produzione di 128mila barili di olio equivalente al giorno (67.000 in quota ENI) dal giacimento di Nooros. Quest'ultimo venne scoperto in Egitto appena 13 mesi fa. La quota raggiunta va oltre le previsioni.

Il problema che agita il mercato riguarda lo scetticismo su una reale azione congiunta tra i produttori, che servirebbe a stabilizzare il mercato e tenere su il livello dei prezzi. Il problema ulteriore da considerare è che ogni paese ha un suo volume di riferimento per la produzione. Un volume che assicura un certo livelli di entrate grazie alle esportazioni. Sarebbero mai pronti a rinunciare a questi soldi accettando i termini dell’accordo? Secondo molti la possibilità che ciò accada è ridotta.
Peraltro va messa in conto la posizione, che ha un grosso peso, dell'Iran che al momento di ridurre la propria produzione non ci pensa affatto.

Nel frattempo l'Opec aumenta le previsioni di produzione dei paesi rivali, cioè quelli che non fanno parte del cartello. Secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg, la produzione nel 2017 aumenterà di 200mila barili. Nelle previsioni di un mese fa, addirittura si parlava invece di scendere di 150mila. E' quindi evidente che il surplus di greggio, già esistente sul mercato, è destinato a crescere. L'aumento maggiore sarà in particolare relativo al giacimento di Kashagan in Kazakhstan, per il quale l'Eni ha annunciato il riavvio della produzione nell'ultimo trimestre dell'anno in corso.

Piazza Affari parte con in retromarcia. Che turbolenza su Mps

Spira un'aria pesante sulle Borse europee. In avvio di settimana le performance sulle piazze Europee non è affatto positiva, sulla scia delle performance di Wall Street e Tokyo in chiusura di weekend.

Scivolano le Borse

La turbolenza è stata scatenata dalle parole del numero uno della Fed di Boston, Rosengren, che ha riacceso la possibilità che ci sia una stretta monetaria negli USA. L'evenienza che possa accadere già a settembre ha messo in allerta gli investitori, e così oggi tutti i principali indici azionari mostrano una flessione di circa due punti percentuali.
Piazza Affari, ad esempio, vede il FTSE MIB sotto quota 17mila punti. Nessuna Blue Chip mette a segno una performance positiva.
Le peggiori performance si registrano su MPS che scivola in fondo al principale listino. E' sempre sotto pressione il titolo bancari, visto che siamo nella settimana decisiva per il cambio della guardia alla guida dell'istituto. In pole position c'è sempre Marco Morelli.
Netto calo anche per UBI Banca -3,06%. Lettera su Telecom Italia, che registra un importante calo del 2,86%. In apnea Unipol, che arretra del 3,19%. Tonfo di Unicredit, che mostra una caduta del 2,74%.

Il dollaro corregge

Dal punto di vista dei mercati valutari, il possibile rialzo dei tassi Usa penalizza il biglietto verde, che scende nei confronti di tutte le altre major. Senza scosse gli scambi sulla sterlina nella settimana che porterà al meeting della Bank of England.

Petrolio in calo

Come ormai siamo abituati a vedere, il Petrolio comincia in calo la sua settimana. Il Brent scende verso 47 dollari al barile, mentre il Wti ottobre cede il 2% a 44,96 dollari al barile.

domenica 11 settembre 2016

Fortune inserisce due italiane tra le donne più potenti al mondo

La prestigiosa rivista Fortune ha pubblicato l'elenco delle donne più potenti al mondo. Nella categoria delle "most powerful women international" figurano anche due italiane. Si tratta di Marina Berlusconi e Ornella Barra. La graduatoria raggruppa dal 1988 le 50 donne della comunità economica internazionale che al di fuori degli Stati Uniti si sono fatte maggiormente valere nelle attività imprenditoriali e manageriali.
La lista di questa edizione è stata modificata nei criteri, visto che all'area EMA (Europa-Medioriente-Africa) viene aggiunto quest'anno l'Estremo Oriente: India, Asia ed Australasia.

Le due italiane nella classifica di Fortune

Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e di Mondadori, si conferma l’unica manager alla guida di un gruppo italiano in lista. La figlia del Cavaliere è Presidente di Mondadori e del Milan, ed è quest'anno scivolata in 50sima posizione, mentre nella lista più ristretta dello scorso anno era al 22simo posto. Compare nella classifica ininterrottamente dal 2001.
Secondo Fortune, la "Berlusconina" ha il complicato compito di difendere il patrimonio di famiglia che è stato messo in pericolo dalla crisi e dalle vicende che riguardano la vertenza Premium-Vivendi.


Ornella Barra invece è la co-chief operating officer del colosso Walgreens Boots Alliance, quindi un'azienda che opera all'estero. Quest'ultima si colloca in decima posizione, quindi in calo rispetto allo scorso anno quando era quinta. rimane comunque l'unica italiana nelle TopTen.

In cima al podio c'è Ana Botin, presidente esecutivo del Santander, seguita da Arundhati Bhattacharya, presidente della State Bank of India. Sul gradino più basso del podio c'è Isabelle Kocher, Ceo della compagnia elettrica francese Engie.
La classifica Fortune riservata alle manager statunitensi è invece guidata, come l’anno scorso, da Mary Barra, Ceo di General Motors.

venerdì 9 settembre 2016

Il dollaro riprende la marcia. Euro giù dopo le parole di Draghi-Rosengren

Il rapporto tra euro e dollaro ha ricevuto un altro "colpo basso" dagli USA. Le parole del membro della FED, Eric Rosengren, hanno infatti riacceso nel popolo degli investitori la spia di un possibile rialzo dei tassi da parte della banca centrale americana. L'effetto immediato è stato quello di recepire un segnale forex gratis in tempo reale che invitava a sbarazzarsi degli euro.

Il futuro del cross euro-dollaro

E adesso che cosa succede? Intanto il biglietto verde ha riguadagnato terreno. Una cosa ottima per Mario Draghi e per la BCE, che già ieri aveva dato un primo colpetto in questo senso, lasciando tutto invariato a livello di politica monetaria.
In sostanza, la BCE ha lasciato che il gioco lo conduca l'istituto americano, mettendosi in posizione di attesa.

Già ieri infatti è partita la ripresa del biglietto verde, che si è rinforzata anche oggi. Sul fronte americano però ci sono dei dati macro che raccontano una realtà che, almeno per ora, sembra poco compatibile con una stretta monetaria. O quanto meno che non possa essere molto forte. Però oggi Rosengren se n'è venuto fuori con la notizia che una politica espansiva potrebbe generare troppe pressioni sul sistema statunitense. Rimettendo, in pratica, tutte le carte sul tavolo.

Quello che si può ipotizzare adesso è che l'euro possa continuare a scendere rispetto al biglietto verde, probabilmente rimbalzando verso il basso fino al prossimo meeting della FED in programma il 20-21 settembre. Ad ongi modo la sensazione forte è che i trader ora si aspettino un segnale chiaro dagli USA per muoversi lungo una dinamica definitiva. Finché la FED non si muove, però, tutto resta avvolto nell'incertezza.

Fisco italiano come il Grande Fratello. Ecco come ci spieranno

Onestamente è un reality al quale avremmo fatto volentieri a meno di partecipare. Il Fisco italiano diventa sempre più un Grande Fratello. Sarà sempre più spione nei nostri confronti, e saprà tutti i nostri movimenti.

Semplificazione o complicazione del fisco?

Sulla Gazzetta Ufficiale è stato di recente pubblicato il decreto ministeriale che fa capire quale sarà la situazione dei contribuenti nei prossimi mesi. Una rivoluzione annunciata dal Governo, che in teoria dovrebbe semplificare i rapporti tra cittadino ed Erario. Forse. Il nuovo meccanismo prevede una sorta di pagella del contribuente, con voti da 1 a 10, che prevede un premio per chi si dimostra "primo della classe". Avrà rimborsi in tempi brevi e anche una esclusione da alcuni tipi di accertamento.

Professionisti, piccole e media imprese e coloro che sono soggetti a una fiscalità semplificata, dovranno trasmettere i dati delle fatture elettroniche e limitare la minimo l'uso del contante. I pagamenti e gli incassi oltre i 30 euro andranno fatti con le carte (debito e credito), assegni e bonifici. Il Fisco avrà così una massa di dati elettronici che potrà far incrociare dagli elaboratori per stanare i furbetti.

Il timore di molte associazioni di categoria però, è che si passi dalla padella alla brace. Se infatti questo non produrrà una diminuzione del carico fiscale e una semplificazione effettiva del rapporto tra fisco e contribuenti, a cosa sarà servito?

giovedì 8 settembre 2016

Europa, l'economia corre soprattutto ad Est

C'è un'Europa che corre. Si tratta dell'Europa dell'est, quella di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania. Adesso guardano con sospetto quello che succede nella parte occidentale, che poi è quella che dà le maggiori incertezze all'euro. Per loro avere dei partner commerciali come Germania e Italia resta fondamentale per sostenere i loro ritmi di crescita. Ritmi che sono davvero sostenuti.

Già perché le loro economie avanzano a un ritmo doppio della media dell'EuroZona. Allo stesso tempo il tasso di disoccupazione ha raggiunto i minimi storici. Ognuno di questi paesi ha seguito una ricetta diversa. In linea di massima però sono due i fattori che le hanno spinte. L'utilizzo di Fondi Europei e una domanda interna sostenuta. La Polonia ad esempio, ha ricevuto finora 67 miliardi di euro dalla UE, e fino al 2020 diventeranno circa 114. Ma conta più che altro come sono stati impiegati quei fondi. Discorso che vale anche per gli altri paesi dell'Est.

mercoledì 7 settembre 2016

Goldman Sachs spinge Enel: «Titolo da comprare»

Enel ringrazia Goldman Sachs e spinge forte in Borsa. Un report pubblicato nel corso della mattinata dalla banca d'affari americana, ha rivisto le raccomandazioni sui principali stocks europei legati all’energia. Tra questi spicca Enel, anche perché uno dei pochi che si è salvato da un giudizio peggiorativo. Secondo GS, invece le prospettive di Enel sono ottime.

Enel schizza in alto in borsa

Il colosso finanziario statunitense ha portato la valutazione sul titolo da "neutral" a "buy". Immediata la reazione degli investitori, che balza dell'1,94% (come si vede dal grafico del broker Markets.com, qui trovate recensione e opinioni). Le azioni sono state aggiunte nella "Conviction list" di Goldman Sachs. Il nuovo target price per il titolo energetico è salito a 5,30 euro, ovvero molto sopra la precedente indicazione. Quest'ultima era appena 3,80 euro. Il gruppo di Francesco Starace è stato identificato come "top pick" dal broker newyorkese.
Secondo Goldman Sachs la società potrebbe beneficiare del passaggio verso un'economia a basse emissioni, processo che sta coinvolgendo l'intera industria delle utility europea. L'adeguamento delle infrastrutture e un forte controllo dei costi, dovrebbero spingere il comparto energetico verso una via di uscita da una difficoltà che dura da 8 anni. Secondo gli analisti, l'utile per azione Enel è destinato a salire di circa il 4% fino al 2021, mentre in un'ottica più ottimista, il tasso potrebbe essere anche di un +7% al 2025.

Va detto che non è stata la sola promozione avuta da Enel, visto che anche gli esperti di UBS, in un loro report sulle prospettive di crescita delle utility companies europee, avevano premiato Enel. Secondo UBS la spinta arriva dalle condizioni favorevoli prodotte dai bassi tassi d’interesse. Questi infatti consentono alle società europee del settore energia di emettere obbligazioni a un costo sotto il 2%, ovvero meno dell’attuale costo medio del debito al 4%.

martedì 6 settembre 2016

Petrolio, non basta una strizzatina d'occhio tra Russa e Arabia per sostenere il mercato

L'intesa raggiunta tra Russia e Arabia Saudita ha avuto l'effetto immediato di sostenere le quotazioni del petrolio, che immediatamente sono schizzate al rialzo. Del resto a parlare sono stati i paesi che hanno un potere estrattivo superiore al 21% del consumo mondiale. Va però anche detto che dopo l'iniziale entusiasmo c'è stato un timido raffreddamento. Ed è anche chiaro il motivo: nessuno vuole rimanere scottato ancora una volta, nessuno si fida più soltanto delle parole. Ci vogliono fatti.
Non è un caso che questa mattina alle 10, la quotazione sulla piattaforma di trading OptionFair era di 44.98, nuovamente in discesa.

Le difficoltà del mercato del petrolio

Giova sottolineare però che è bastata una semplice strizzata d'occhio tra i due paesi per riaccendere un mercato che vive grandi difficoltà ormai da anni a questa parte. Il valore del petrolio era oltre quota 100 dollari, adesso è crollato fino addirittura sotto i 50, soglia che non riesce più a oltrepassare, neppure con gli annunci congiunti di Russia e Arabia Saudita.
 I due paesi hanno espresso la volontà comune di studiare metodi per sostenere e stabilizzare il mercato. Va però detto che i buoni propositi non sono azioni concrete. Per vedere queste ultime bisognerà ancora aspettare e sperare. Del resto già in passato le aspettative del mercato sono rimaste deluse. Basta pensare all'accordo naufragato la primavera scorsa a Doha. Allora sembrava concreta la possibilità di congelare l'output sui livelli di gennaio, ma invece fallì tutto.

Esattamente come allora, l'elemento chiave per tradurre in fatti quelle che al momento sono soltanto parole è la posizione dell'Iran. Teheran è intenzionata a riprendersi le quote di mercato che aveva prima che le fosse imposto l'embargo. Se da una parte la Russia pare essere propensa ad aprire a questa possibilità, dall'altra è più difficile che lo faccia l'Arabia Saudita. I rapporti tra i due paesi infatti sono sempre all'insegna delle frizioni, tanto economiche quanto religiose. Ecco perché parlare di un accordo è assolutamente prematuro.

Possiamo dire però che è estremamente difficile che nel prossimo meeting di Algeri possa esserci qualche novità di rilievo, visto che mancano soltanto poche settimane. E' più plausibile che possa avvenire qualcosa prima del summit in programma a novembre. Del resto proprio i sauditi lo hanno fatto intendere: «Il congelamento è una possibilità, ma c'è tempo», ha detto il ministro Khalid al-Falih.

lunedì 5 settembre 2016

Francia, quante spese in Italia: in 10 hanno comprato 47 miliardi di aziende

Sono state davvero tante, le acquisizioni da parte delle aziende francesi in Italia. Il Corriere della Sera ha pubblicato un focus che riporta dati da brivido. Da Parmalat a Bulgari, passando per Fendi e Bnl. Attualmente Parigi vince la sfida con l'Italia per 156 a 77, ovvero il numero di operazioni che hanno portato i francesi qui, contro il numero di quelle che ha portato gli italiani lì.

Acquisizioni francesi in tutti i settori

Sono operazioni che spaziano in tutti i settori. Dall'energia all'industria, alle telecomunicazioni e al credito. Il focus prende spunto da un'analisi condotta da Kpmg. La spesa complessiva dei francesi in Italia è stata di 47 miliardi di euro. Tantissimi se messi a confronto con i 12 miliardi dei britannici e gli appena 3,6 dei tedeschi. Le operazioni Italiane in Francia invece hanno avuto un controvalore di soli 5 miliardi. il saldo quindi è di +42 miliardi di euro, quelli che sono affluiti da queste parti per avere in cambio le nostre aziende.

Questi numeri fanno capire che c'è uno spirito colonizzatore dei francesi nei confronti dell'Italia. Non sono sciocchi: sanno che qui si comprando aziende validissime a prezzi spesso stracciati. Si prenda il caso di Belloré: ha preso Mediobanca, poi Telecom Italia attraverso Vivendi, e adesso pianifica lo sbarco in Mediaset. E nel settore bancario non è che si viva una condizione diversa. Nel 2006 c'è stata la conquista di BNL, l'anno dopo Credit Agricole ha comprato Cariparma e Friuladria. La cosa interessante è che questo interesse francese non è in calo, anzi. Nell'ultimo quadriennio gli investimenti in Italia sono sempre cresciuti.

domenica 4 settembre 2016

UE, l'economia si muove a due velocità. Volano alcuni, arrancano altri

L'Ue si muove ufficialmente a velocità distinte. Per alcuni la ripresa esiste eccome, per altri invece no. E L'Italia appartiene a questo secondo gruppo. C'è la Germania a fare da locomotiva all'Eurozona, ma non solo lei.
Anche Svezia, Ungheria, Islanda, Polonia, Spagna, Repubblica Ceca e Slovacchia tengono bene il passo. E poi c'è la sorprendente Gran Bretagna, data quasi per morta dopo la Brexit e invece in grande ripresa.

La ripresa di alcuni paesi della UE

La cosa che dovrebbe insegnarci molto è che questi paesi che corrono, non seguono affatto tutti la stessa politica. Anzi. La Svezia ha puntato molto sulla concentrazione, e spende molto nella ricerca e sviluppo. L'Ungheria invece attrae capitali dall'estero con grosse facilitazioni. Audi e Mercedes fanno proprio qui i loro modelli di punta. L'Islanda, in default nel 2008, ora vola con il turismo. Hanno saputo reagire alla crisi.

La Germania però è quella che rimane alla guida della locomotiva. Ha beneficiato della politica dei tassi bassi voluta dalla BCE, perché ha consentito un'espansione dei consumi. Capirai, con quel livello di tasso risparmiare non conviene più. E così il punto debole dell'economia tedesca, i consumi interni, hanno cominciato a volare. E la Spagna? Anche se c'è una crisi politica profonda, il PIL del 2016 potrebbe crescere. A luglio quasi 85mila posti di lavoro in più sono stati creati, e le banche sono state promosse allo stress test della BCE. Due anni fa erano la palla al piede del paese.

venerdì 2 settembre 2016

L'Istat colpisce Renzi: Italia ancora a crescita zero

L'Italia non si è affatto rimessa in marcia. L'Istat dà un duro colpo a Renzi, subito dopo che il Premier ha mostrato con fierezza alcuni dei risultati raggiunti dal suo Governo. Tanto che si pensava per l'intero 2016 di portare a casa una crescita dell'1%. Macché, i conti non tornano.

L'Istat smonta l'entusiasmo di Renzi

Secondo l'istituto nazionale di statistica, infatti, nel secondo trimestre il prodotto interno lordo (PIL) è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente. Il fatto che sia salito dello 0,8% nei confronti dello stesso periodo del 2015 è poca cosa. Il dato conferma che l'Italia resta in coda alle maggiori economie mondiali insieme alla Francia. Nello stesso periodo il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% nel Regno Unito.

L’Istat spiega anche il significato del dato. «Dal lato della domanda interna, i consumi nazionali sono stazionari in termini congiunturali, sintesi di un aumento dello 0,1% dei consumi delle famiglie e di un calo dello 0,3% della spesa della PA, mentre gli investimenti fissi lordi hanno registrato una flessione dello 0,3%. Le importazioni sono aumentate dell’1,5% e le esportazioni dell’1,9%».

Se considerata al netto delle scorte, la domanda nazionale ha sottratto 0,1 punti percentuali alla variazione del PIL. I contributi per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP) sono sostanzialmente pari a zero, così come gli investimenti fissi lordi. Peggio ancora, si registra un contributo negativo (-0,1 punti percentuali) per la spesa della Pubblica Amministrazione (PA). «La variazione delle scorte ha contribuito negativamente per 0,1 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta è stato positivo per 0,2 punti percentuali».

«Il valore aggiunto – conclude – registra incrementi congiunturali nell’agricoltura (0,5%) e nei servizi (0,2%) mentre diminuisce (-0,6%) nell’industria. All’interno dei servizi si rilevano settori in flessione e settori in espansione: incrementi significativi riguardano le attività professionali e di supporto (0,5%) e quelle del comparto del commercio, trasporto e alloggio (0,4%); all’opposto, il calo più marcato riguarda le attività finanziarie e assicurative (-0,6%)».

giovedì 1 settembre 2016

UE-Apple, il numero uno di Cupertino attacca: «sono esasperanti»

Continua la guerra tra Apple e la UE. La commissione martedì scorso ha condannato il colosso di Cupertino al pagamento di una maxi-tassa arretrata dell'importo di 13 miliardi di euro. Scioccante. Da lì è nata una feroce polemica che ha coinvolto l'Irlanda (paese con cui Apple ha stipulato l'accordo furbetto) e anche il ministero del tesoro USA.

La guerra si sta traducendo in una discesa del titolo Apple a Wall Street. Come vediamo in base ai dati dalla piattaforma di trading di Plsu500, le azioni hanno avuto un rapido cedimento negli ultimi giorni.

 

Cook attacca la UE

Ora tocca a Tim Cook, numero uno del gruppo. «La normativa europea in materia fiscale è esasperante», ha detto. «L'approccio della Commissione Ue in materia di aiuti di Stato è esasperante». Più o meno lo stesso che aveva detto il segretario americano al Tesoro, Jack Lew, che vede un accanimento da parte di Bruxelles nei confronti delle imprese americane. Una battaglia che fa leva anche sulla minaccia di spostare fuori UE molte attività delle multinazionali. Dopo la Brexit, una specie di USEXIT. Comunque Cook si è detto "molto fiducioso" sull'esito del ricorso contro la decisione della commissione.

Al di là di difendere Apple, la vicenda ha però aperto un fronte molto importante in seno anche agli stessi USA. Il governo americano è preoccupato che la mole di denaro che le grandi compagnie Usa detengono fuori dai confini. Secondo i dati, le 50 maggiori aziende a stelle e strisce custodiscono 1.400 miliardi di dollari al riparo dal Fisco americano. Cosa decisamente preoccupante. Se allarghiamo il raggio alle maggiori 500 compagnie, la cifra raggiunge i 2.400 miliardi.

Apple infatti sta già correndo ai ripari, prima che il Fisco americano si dia una svegliata. Cook ha annunciato per l'anno prossimo il rimpatrio di miliardi di dollari. La società ha 181 miliardi di dollari detenuti all'estero, un record al quale tiene molto, visto che a inizio anno ha emesso un bond da 12 miliardi di euro per finanziare il suo piano di remunerazione degli azionisti, pur di non intaccare le riserve liquide che custodisce nei paradisi fiscali.